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Verso il voto. È alta la posta in gioco nella partita regionale

L'opinione

Tra le amministrative e le politiche, in Italia, c’è sempre stato un certo strabismo, anche in tempi di proporzionale e Prima Repubblica. Il Pci, escluso dal governo nazionale, ha lungamente governato nelle regioni rosse. Le alleanze locali hanno spesso contraddetto e a volte anticipato le tendenze nazionali. E, per venire a tempi più recenti, le plurime e anche minime scissioni della sinistra decise a Roma centro non hanno intaccato, per dirne una, la tenuta della coalizione che sosteneva la giunta regionale del Lazio.

Non deve stupire dunque che la concentrazione del voto di due elezioni regionali e delle politiche nell’election day del 4 marzo assuma ora una valenza politica che va ben oltre l’opportunità amministrativa e contabile che ha portato all’accorpamento (per Lombardia e Lazio, non per Friuli e Molise: e per quest’ultima piccola Regione, a statuto ordinario, non si capisce il perché del dispendioso duplicato). La disputa politica si è accesa con il ritiro di Maroni, che ha rinfocolato le speranze del centrosinistra su una regione data ormai per persa; ed è divampata soprattutto a sinistra, con la pressione su Liberi e Uguali perché deponga le armi almeno a livello regionale e corra insieme al Pd; ma ha avuto contraccolpi anche nel centrodestra, con la riapertura del dualismo Berlusconi/Salvini.

Ma al di là delle dinamiche strettamente politiche, relative ai rapporti di forza tra i partiti, ci sono altri fattori che stavolta accendono una particolare luce sulle elezioni locali.

Le due stesse grandi regioni in cui si vota: Lombardia e Lazio, prima e seconda Regione italiana per numero di abitanti (rispettivamente, 10 e 5,8 milioni di persone) e per Pil prodotto (la Lombardia con 368,5 miliardi, il Lazio con 186,4: insieme, fanno un terzo del prodotto interno lordo nazionale). Sempre guardando alle grandezze economiche, se escludiamo le province di Bolzano e Trento con il loro alto livello di benessere, è la Lombardia la prima Regione per prodotto pro capite, con 36.800 euro all’anno, mentre il Lazio viene quattro posizioni dopo, con 31.000. E ancora la Lombardia guida la classifica delle regioni per valore delle esportazioni, con 88 miliardi l’anno; il Lazio, ammaccato dopo i colpi della grande crisi e protagonista di una performance più fiacca negli ultimi anni, resta comunque al sesto posto nella graduatoria regionale dell’export, con 16,9 miliardi.

La posta in gioco delle regionali del 4 marzo, già evidenziata da questi numeri, è resa ancor più consistente da alcuni eventi congiunturali. Il primo è tutto al Nord, ed è nella ventata autonomista che parte da lontano ma ha preso nuova linfa dai referendum di Lombardia e Veneto (proprio ieri, anche il Piemonte si è aggiunto alle regioni che chiedono più autonomia da Roma), a loro volta sull’onda dei nuovi localismi nati come difesa e rifugio dalla globalizzazione e da un’Europa percepita come maligna. Nonostante i non felici approdi dei casi Brexit e Catalogna, l’illusione di resettare la storia e “fare da sé” nel proprio territorio, principalmente attraverso la secessione fiscale, è molto diffusa. Nel voto lombardo del 4 marzo si deciderà chi governerà questi processi e quale visione dell’equilibrio tra solidarietà nazionale e interesse locale prevarrà.

L’altro fattore congiunturale è tutto politico. All’indomani del 4 marzo, è probabile che non avremo una netta maggioranza in parlamento e il governo nazionale resterà incerto, forse per mesi: com’è successo in altri Paesi, a partire dalla virtuosa Germania il cui sistema elettorale e istituzionale si è impantanato. Invece, si governerà nelle regioni, che hanno, anche prima di eventuali fughe autonomiste, larga potestà su temi-chiave come la sanità, i trasporti, i rifiuti, la formazione professionale.

Infine, le stesse leggi elettorali sono ampiamente divaricate, con il sistema regionale che rende più facili coalizioni e apparentamenti,
con il premio di maggioranza e la possibilità del voto disgiunto che salvaguarda visibilità e dignità dei partiti. Il gioco regionale, stavolta, rischia di essere più aperto e interessante di quello nazionale. E non necessariamente con questo coerente.

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