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Anoressia. Malate già da bambine anche a causa dei social

Sono tre milioni gli italiani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare. Si scambiamo informazioni attraverso siti e gruppi WhatsApp, in un sottobosco dove anche chi inneggia all'anoressia manifesta un profondo disagio e il bisogno di cure. Un percorso di sofferenza che può travolgere intere famiglie costrette a spostarsi alla ricerca di luoghi di cura specializzati, pochi e presenti solo in alcune regioni di Cinzia Lucchelli



Controllare le calorie, ridurre il cibo, fare iperattività fisica. All’inseguimento di una perfezione che si traduce in magrezza patologica. I chili persi non bastano mai, perché l’immagine riflessa nello specchio non corrisponde a quella che si ha di sé. Parte dalla mente e si accanisce sul corpo l’anoressia nervosa, malattia che allunga i propri tentacoli avvolgendo ragazze e ragazzi sempre più giovani. Un percorso di sofferenza che finisce per coinvolgere famiglie intere, costrette a migrare alla ricerca di luoghi di cura dedicati, troppo pochi per l’età evolutiva e comunque mal distribuiti in Italia. Abbiamo chiesto a Nunzia Ciardi, a capo della polizia postale, quali strumenti abbiamo per fermare chi inneggia all’anoressia utilizzando web e social network. Siamo entrati nel centro del Bambino Gesù di Roma per parlare con la psichiatra Valeria Zanna, che si occupa dei pazienti più piccoli. Abbiamo ascoltato chi si è ammalato ma è riuscito a riprendere in mano la propria vita. Perchè da questa malattia, che per indice di mortalità (5-12%) è la seconda causa di morte tra i giovani, se si interviene tempestivamente si guarisce.

Tre milioni di ammalati

Quanti casi. Circa 3 milioni di italiani soffrono di anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata, di cui 2,3 miloni adolescenti. L’incidenza dell’anoressia nervosa è di almeno 8 nuovi casi per 100mila persone in un anno tra le donne, per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Ogni anno si registrano 12 nuovi casi di bulimia nervosa per 100mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini.

Prevalenza femminile. Si stima che il 95,9% delle persone colpite siano donne. Negli studi condotti su popolazioni cliniche, gli uomini rappresentano il 5-10% di tutti i casi di anoressia nervosa, il 10-15% dei casi di bulimia nervosa e il 30-40% dei casi di disturbo da alimentazione incontrollata.

Il lato maschile. L'anoressia maschile non sembra differire da quella femminile per età di esordio, insoddisfazione per il proprio corpo, metodi di controllo del peso, caratteristiche cliniche ed evolutive. Sono comunque state osservate alcune differenze: la presenza di sovrappeso e di obesità sembra essere più frequente negli uomini rispetto alle donne con maggiore frequenza di depressione, abuso di sostanze e disturbi di personalità.

Quando si manifesta. Anoressia e bulimia si manifestano tra i 15 e i 19 anni. Ma aumentano i casi a esordio precoce, 10-11 anni per l'anoressia. Sono state fatte diagnosi anche anche a 8 e a 6 anni. Questo è dovuto, secondo gli esperti, all’abbassamento dell’età del primo flusso mestruale degli ultimi decenni e anche all’anticipazione dell’età in cui gli adolescenti sono esposti alle pressioni socio-culturali attraverso i mezzi di comunicazione a favore di un ideale estetico di estrema magrezza. Invece il disturbo da alimentazione incontrollata è distribuito in un ampio intervallo (dall’infanzia alla terza età), con un picco nella prima età adulta. E poi non sono infrequenti casi di anoressia nervosa a esordio tardivo, associati a un maggiore rischio di cronicità e a una maggiore presenza di disturbi psichiatrici come ansia e depressione.

Dai blog a WhatsApp, la Rete come strumento inconsapevole



Dai siti ai social network ai gruppi WhatsApp. L’istigazione a una magrezza (patologica) a tutti i costi come stile di vita si propoga anche attraverso il web. Trucchi per mangiare meno, decaloghi pro-Ana, richieste d’aiuto per resistere alla fame, immagini di gambe scheletriche. Un tema particolarmente discusso dopo che la polizia di Ivrea ha denunciato per istigazione al suicidio e lesioni gravissime una blogger a seguito della denuncia di una madre preoccupata per la figlia.

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“Le informazioni viaggiano. Ma non addossiamo la colpa alla Rete, che è strumento inconsapevole – dice Nunzia Ciardi, direttore della Polizia postale e delle comunicazioni –. Piuttosto lavoriamo sulla prevenzione, individuiamo le cause. È un fenomeno talmente drammatico e delicato che non si può pretendere di gestirlo efficacemente con il ricorso a strumenti penali. Parliamo di ragazzi che hanno un disagio molto profondo, compresi quelli che aprono e gestiscono questi siti e gruppi”.

Quanti siti pro-ana o pro-mia si contano in Italia?
"È un fenomeno fluttuante, è molto difficile inchiodarlo a un numero. Ci sono siti, blog, pagine Facebook. Chi li frequenta si scambia consigli, solidarizza in una sorta di spirale perversa. La Rete da una parte è veicolo di questo disagio psicologico, dall’altra però è specchio di altro: ospita la testimonianza di chi ci è passato, fornisce supporto professionale. È un terreno neutro di libertà".

Come riuscite a individuare questi siti? Il controllo parte sempre da una denuncia come nel recente caso di Ivrea?
"Non sempre. Noi abbiamo un’attività di monitoraggio costante, per questo e per gli altri fenomeni sul web che possono essere lesivi, quando scopriamo uno di questi siti cerchiamo di capire chi ci sta dietro, se individuiamo qualche forma di sfruttamento della patologia interveniamo".

Riuscite a intervenire anche nei gruppi chiusi come whatsApp?
"Se una madre ci segnala che la figlia è in un gruppo dove si incita all’anoressia, possiamo identificare i partecipanti e cosa stanno facendo".

Qual è il reato che si configura? 
"Si applicano categorie giuridiche non nate per questo fenomeno specifico. Nel caso di Ivrea, per esempio, istigazione al suicidio. Negli anni scorsi ci sono state proposte di legge anti blog e siti pro-ana e pro-mia. Questo indica che si sente l’esigenza di disciplinare giuridicamente un fenomeno che è per sua natura sfuggente. Il problema vero è che chi gestisce questi siti o gruppi, secondo la nostra esperienza investigativa, è qualcuno di altrettanto malato, ad esempio una ragazza anoressica che dà consigli a ragazze come lei su come dimagrire. C’è una forma legata alla patologia correlata. E quando parliamo di ragazzi malati lo strumento giuridico penalistico è come un coltello là dove bisogna lavorare di cesello".

Come distinguere un sito che dà informazioni su una dieta restrittiva da uno che incita all'anoressia? Qual è il discrimine?
"Il confine è labile, il terreno è scivoloso. Anche per questo quando, come polizia postale, ci confrontiamo con insegnanti, genitori e ragazzi li invitiamo a stare attenti a tutti gli indicatori per prevenire rischi".

Come fare fronte a questo fenomeno?
"Tramite segnalazioni tempestive e “facendo rete”. I ragazzi, nativi digitali, sono bravi tecnicamente ma hanno un orizzonte temporale molto legato al presente, non proiettano le conseguenze di quello che fanno on line al di là del muro della loro stanza. Eppure le conseguenze possono essere infinite, basta una foto, una frase. Bisogna insegnare loro a navigare in modo corretto".

Che consigli, anche da madre, dà ai genitori per proteggere i propri figli?
"Prima di tutto, come consiglio generale, non devono mettersi ai margini da soli rispetto ai figli nel campo della Rete. Molti lo fanno perché non si sentono nel loro campo di elezione, non si sentono capaci di dominare il mezzo. Ma gli stimoli giusti non derivano da una competenza tecnica. Non è necessaria. Quello che conta è un’educazione affettiva su come navigare, sulle relazioni da privilegiare. Quando i figli sono piccoli non bisogna lasciarli soli in Rete, possono essere esposti a una serie di fenomeni dannosi, serve un controllo puntuale e costante. Quando sono adolescenti bisogna puntare sul dialogo, dare segnali giusti, insegnare cosa sia l’empatia, spiegare che la Rete può ingannare. E’ un’opportunità straordinaria, io ne sono innamorata per tutte le possibilità che offre, ma non si può navigare senza la consapevolezza di un minimo di regole da rispettare, serve cautela. Spesso siamo ingannati dai nostri stessi sensi quando siamo online, siamo davanti a uno schermo, in un contesto che ci rassicura, e per questo tendiamo ad abbassiamo la guardia. In realtà siamo esposti al mondo intero".

A chi rivolgersi nel dubbio che la propria figlia segua i consigli pro-ana su un sito o su un gruppo chiuso?
"Alla polizia postale e a dei professionisti che possano aiutare la ragazza".


Fattori di rischio


Si ammalano soprattutto bambine e ragazze
C'è un aumento delle forme maschili, ma continuano ad ammalarsi prevalentemente bambine e ragazze. Si sentono in sovrappeso. Fragili in un momento delicato come l’ingresso nell’adolescenza, cercano un corpo perfetto per poter essere socialmente accettate, in un’età in cui confronto e competizione sono molto alti. “Nel vuoto identitario in qualche modo diventare anoressica le rinforza - dice Valeria Zanna, referente del Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. - Quando si rivolgono a noi la condizione di isolamento è la più frequente. Stanno male, si sono chiuse, i rapporti sociali sono diradati, pensano solo al cibo, al controllo del loro corpo”.

“Più i bambini sono piccoli – spiega la psichiatra - più hanno paura di vomitare, per questo prevalgono i disturbi restrittivi”. L’anoressia dunque più della bulimia. Aumentano per i maschi le diagnosi di arfid, avoidant/restrictive food intake disorder, disturbo evitante/restrittivo nell'assunzione di cibo. “In questo caso si smette di mangiare non perché ci si veda grassi e si voglia entrare in un’immagine corporea che corrisponda a ideali estetici di estrema magrezza, ma per altri motivi: non si gradiscono le caratteristiche del cibo, ad esempio si accettano solo cibi bianchi o si rifiuta la carne per via della consistenza; si temono le conseguenze dell’atto del mangiare come strozzarsi ingerendo o vomitare”; c’è un completo disinteresse nei confronti del cibo, tanto che i tempi per consumare un pasto diventano molto lunghi o molto lenti. La diagnosi è nuova, prima rientravano nella categoria generica di disturbi alimentari. Chi ne soffre non è preoccupato di riacquistare peso, ma è angosciato dall’idea di mangiare.

Anoressia. La psichiatra: "Rischi maggiori se qualcuno in famiglia ne ha sofferto" "I disturbi del comportamento alimentare nascono da più fattori - spiega Valeria Zanna, referente del Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma -. Possono essere familiari e individuali. L'anoressia colpisce soprattutto le ragazze "più esposte a una pressione sociale verso un’immagine di magrezza, di perfezione estetica. (di Cinzia Lucchelli)


C'è anche una componente ereditaria
Non c'è una causa della malattia, ce ne sono tante. La possibilità di ammalarsi di anoressia nervosa è 11,3 volte maggiore se un membro della famiglia ne ha sofferto. “Si eredita la vulnerabilità, tratti di personalità, come la facilità ai disturbi d’ansia e di depressione; un certo stile di temperamento. È il caso di bambine con difficoltà nelle relazioni sociali, introverse, con poche amicizie; sospettose nei confronti di situazioni nuove e cambiamenti; con un funzionamento cognitivo rigido”. Ci sono fattori sociali la cui importanza è andata aumentando per via della pressione cui sono sottoposte bambine e ragazze. Tra i fattori di rischio l’aumentata esposizione ai social network, luoghi in cui “il confronto con gli altri non avviene in modo sano, si esprime con nuove modalità come i like. Su Instagram il dato di realtà si perde, le foto sono modificabili, si postano immagini non reali”. Ancora, il miglioramento delle condizioni di vita ha abbassato l’età in cui le bambine hanno il primo ciclo, può avvenire troppo in anticipo rispetto al momento in cui sono pronte ad accettare il cambiamento.

Le forme maschili
Più aumenta l’età più si differisce dalle forme femminili. Se lei va in cerca di un corpo magro, lui di uno muscoloso. Fanno diete rigorose, rigide, spostate sull’apporto proteico, fanno attività fisica eccessiva, a volte usano anabolizzanti.


Curare il corpo e la mente


Anoressia. La psichiatra: "Se si interviene si guarisce" L'esordio della malattia è sempre più precoce. "I genitori, per coglierne i sintomi, devono stare attenti non solo al cambiamento del regime alimentare ma anche al subentrare di nuove abitudini come ad esempio l'iper investimento nello studio", dice Valeria Zanna referente del Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma (di Cinzia Lucchelli)



I segnali da cogliere
Non essere soddisfatte del proprio fisico e mettersi a dieta non stona con la stagione dell’adolescenza. Vanno allora colti altri segnali. “Occorre vigilare sui cambiamenti che coinvolgono altri ambiti della vita. Chi si ammala inizia a diventare ossessivo rispetto a performance scolastiche: studia fino a notte fonda, si alza presto per ripassare. Riduce le occasioni sociali, esce meno con gli amici. Diventa iperattiva, balla ad esempio fino a grondare di sudore. L’obiettivo è perdere peso, non raggiungere il benessere. Cambia d’umore. Nega il problema e ha reazioni spropositate di fronte all'invito a mangiare. È sempre più attenta al cibo”.

Rivolgersi prima al pediatra
I genitori che colgono segnali della malattia devono riferirne al pediatra di riferimento, senza mostrare troppa preoccupazione riguardo al rifiuto del cibo.  Se il medico ravvisa una condizione di rischio, rimanda a un centro specializzato. “Non serve consultare un dietista – dice la psichiatra -: il problema è nella mente”.

L’importanza dei genitori
In chi si ammala c’è spesso una richiesta di visibilità rivolta alla famiglia. “Spesso si tratta di ragazze che non hanno mai creato problemi né a casa né a scuola, e andando verso l’invisibilità della magrezza si rendono visibili agli occhi dei genitori". “Quando arrivano nel nostro centro le dinamiche familiari sono allo stremo – continua Valeria Zanna -, i genitori non hanno più gli strumenti per aiutare i figli. Soffrono moltissimo per la loro impotenza, per l’incapacità di aiutarli i loro figli. Bisogna far capire loro che il rifiuto del cibo non dipende dalla volontà. Vanno tranquillizzati”.

L'intervento psico-terapico
Se le cause sono complesse, anche la cura lo è. “Personalizzata, parte dalle aree compromesse, va costruita sulla base dei livelli di gravità. Quando non c’è bisogno di un ricovero ospedaliero o residenziale l’intervento si deve occupare di pari passo del corpo e della mente. L’intervento psico-terapeutico è individuale e familiare. A volte, quando i pazienti sono molto piccoli, solo familiare”, spiega la psichiatra del Bambino Gesù.

Mancano centri per l’età evolutiva
Il Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù è un riferimento per tutto il Centro Sud. Anche perchè non ne esistono altri a sud di Roma. Per il trattamento dei disturbi alimentari ogni Regione, secondo il ministero, dovrebbe avere una rete di cura articolata in quattro livelli: ambulatorio, day hospital, ricovero in ospedale e ricovero riabilitativo in residenza non ospedaliera. Nella realtà, in alcune regioni manca anche il trattamento più semplice. Ci sono pochi luoghi di cura multidisciplinare; poche residenze per il recupero post-ospedaliero. Le liste d’attesa sono lunghe e chi può permetterselo si rivolge ai privati. Poche Asl si occupano dei disturbi del comportamento alimentare per l’età evolutiva. Se occorre un ricovero si deve andare a Todi o a Portogruaro. Questo ha portato allo sviluppo di un fenomeno migratorio: le famiglie delle pazienti sono costrette a spostarsi alla ricerca di risposte terapeutiche adeguate.

La mappa delle strutture dedicate ai disturbi del comportamento alimentare

“Più sono piccoli i pazienti meno si dovrebbe pensare a una struttura residenziale perché è ne interrompe il percorso di vita – dice Valeria Zanna-: smettono di andare a scuola, lasciano la loro regione, vengono separati dalla famiglia. Mancano e servono soprattutto i centri con trattamento in day hospital pensati per i bambini”, in cui la strada della guarigione non comporta l’interruzione del percorso di vita dei piccoli pazienti.”

Cosa succede al Bambino Gesù
Nel Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, dal 2011 al 2017, sono state fatte 700 diagnosi di disturbi alimentari in regime di day hospital. Per ogni bambino/ragazzo è stata fatta una valutazione cui è seguito un trattamento gestito da un’equipe multidisciplinare: l’intervento è stato psichiatrico, psicologico (rivolto anche ai genitori), dietetico-nutrizionale.
 


*475 anoressia nervosa (femmine 90,7% maschi 9,3%)
32 bulimia nervosa
93 arfid: (femmine 66,7% maschi 33%)


Una giornata di day hospital prevede la psicoterapia di gruppo (condotto da un terapeuta) dei pazienti, divisi a seconda dell’età, e contemporaneamente, dei genitori. All’interno di ogni gruppo ci sono diversi livelli di gravità, c’è chi ha appena iniziato il percorso e chi ha superato la fase acuta. Questo approccio, spiega Valeria Zanna, “aiuta a togliere dall’isolamento ragazzi e genitori, i ragazzi ad aprirsi”. Una volta ogni 15 giorni c’è un incontro individuale con psichiatra e nutrizionista.  Una volta al mese un incontro familiare. Una terapia dura da 3-6 mesi fino a spingersi a un anno.

Gli indici di guarigione sono alti. Un paziente si considera guarito se riprende ad alimentarsi secondo regole sane e se ha "elaborato" la malattia. “Rispetto alla percentuale di guarigione del nostro trattamento abbiamo avuto nel 63,3% dei casi una totale remissione sintomatologica – dice la psichiatra - e nel restante 33% una remissione parziale, vale a dire un miglioramento della sintomatologia globale ma con ancora assenza di ciclo mestruale.”

"Io, guarita dall'anoressia, ho capito quanto è bella la vita"

"Ecco come sono guarita dall'anoressia" Ha vent'anni. A 15 si è ammalata di anoressia, arrivando a pesare 28 chili. "Mangiavo poco, bevevo tanto, facevo attività fisica, spinta dal desiderio di essere perfetta". Racconta la presa di coscienza, l'aiuto fondamentale dei genitori, l'approdo al Day Hospital di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e la lunga strada della guarigione. Oggi è iscritta a medicina: "Poter ricambiare quello che ho ricevuto è un dono prezioso" (di Cinzia Lucchelli)


La ricerca della perfezione. Ad ogni costo. Questo soprattutto ha guidato Anna (il nome è di fantasia) sulla strada dell'anoressia. Bere tanto, mangiare sempre meno, controllare le calorie. Aveva 15 anni quando ha cominciato una dieta sempre più riduttiva. "Sono sempre stata magra ma in quel periodo ho perso molto peso. Sono arrivata a pesare 28 chili". Cinque anni dopo, uno di terapia al Bambino Gesù, può parlarne come di qualcosa che ha lasciato alle spalle. "Ricordo soprattutto due momenti. Quando mio padre mi ha scosso fisicamente scongiurandomi di smettere. Era soprattutto con mia madre che mi confrontavo e vedere che lui stava così male per me mi ha colpito. E quando mi è tornato il ciclo, volevo dire che stavo guarendo".

All'inizio non voleva andare al centro del Bambino Gesù. "Non pensavo servisse, non capivo perché dovevo andarci". I suoi hanno insistito, hanno fatto terapia di gruppo nello stesso momento in cui la faceva lei, i genitori da una parte, i figli dall'altra. "C'erano ragazze e ragazzi, alcuni più passivi, altri come me più arrabbiati. C'era chi voleva rimanere aggrappato alla malattia. Abbiamo condiviso la terapia ma non ci siamo più cercati dopo, come a voler dimenticare un momento difficile della nostra vita". Il lungo percorso di Anna è stato solitario, è cascata nell'anoressia da sola. "Non ho cercato supporti su siti pro-ana, in Rete ci andavo per calcolare le calorie dei cibi. Non ho cercato gruppi di Whatsapp". Ma la presenza dei genitori è stata fondamentale soprattutto nel percorso di guarigione. Anna è una bella ragazza di 20 e si è iscritta alla facoltà di Medicina. "Ci pensavo anche prima di ammalarmi, ma è diventato anche un modo per restituire quello che mi hanno dato aiutandomi a guarire". Un consiglio ai genitori? Cercare di capire come stanno davvero i loro figli, non concentrarsi solo su quello che non mangiano. Alle ragazze anoressiche invece consiglia di guardarsi intorno: "La vita è bella”.

 

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