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dossier dell’università cattolica 

Più giovani senza studio e lavoro

Il fenomeno coinvolge 2 milioni di ragazzi, record in Lombardia

ROMA . È sempre più numeroso l’esercito dei giovani che non lavorano e non studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet (acronimo di Not in Education, Employment or Training) che, secondo i dati di un sondaggio demoscopico dell’Università Cattolica svolto nel 2017, in Italia ammontano a oltre 2 milioni, con la Lombardia al primo posto con oltre il 16 per cento di giovani che non partecipano a percorsi di istruzione o formazione e nemmeno stanno svolgendo un’attività lavorativa.

Un fenomeno in crescita rispetto al 2016 «quando il dato era già lievitato di oltre una decina di punti rispetto al 2008, l’anno della grande crisi internazionale», stando a quanto hanno denunciato studiosi, educatori e sondaggisti al convegno internazionale “Neeting2” promosso a Milano da Fondazione Cariplo, dall’Istituto Toniolo e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. «L’elevato numero di Neet deriva in larga parte dalle inefficienze nella transizione scuola-lavoro – ha sottolineato uno dei relatori, il professor Alessandro Rosina, coordinatore dell’indagine Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo – In particolare, in Italia molti giovani all’uscita dal sistema formativo si trovano carenti di adeguate competenze e sprovvisti di esperienze richieste dalle aziende. Secondo i dati del Rapporto giovani, meno del 40% degli intervistati (in età 20-35 anni) considera la scuola utile per trovare più facilmente un’occupazione e meno del 33% ha trovato nella scuola conoscenze e informazioni utili per capire come funziona il mondo del lavoro. Meno del 10% degli intervistati, inoltre, dichiara di aver trovato lavoro attraverso i servizi per l’impiego. Pesano anche le scarse opportunità nel sistema produttivo. Molti giovani, infatti, con elevata formazione non trovano posizioni all’altezza delle loro capacità e aspettative: il 44% di chi è occupato si adatta a svolgere un’attività poco o per nulla coerente con la propria formazione».

Dati che non possono non creare «allarme e preoccupazione» secondo quanto hanno confessato – oltre al professor Rosina – Paola Bignardi, membro dei consiglio di amministrazione di Fondazione Cariplo e Istituto Toniolo, Elena Marta, professore di Psicologia sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore–Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, Francesco Pastore, docente di Economia all’Università della Campania Vanvitelli, Francisco Simões, ricercatore del Center for social research and intervention–University Institute of Lisbon e Kyriaki Kalimeri ricercatrice di ISI Foundation.

Stando ai dati, in Italia la fascia d’età dei Neet va dai 15 ai 29 anni per ragioni legate alla situazione di maggior difficoltà in cui versano qui i giovani rispetto ai colleghi europei. Tale universo è composto a livello nazionale da oltre 2,2 milioni di giovani di cui 239.000 residenti in Lombardia (dato del 2016 secondo fonte Istat ed Eurostat), pari al 16,9% della popolazione della
stessa fascia d’età. «Il quadro che emerge – conclude Rosina – è quello di una generazione non aiutata con adeguata formazione e strumenti di politiche attive efficienti a trovare il proprio posto nei processi di sviluppo solido e competitivo del Paese».

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