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FORMULA 1: L’INTERVISTA

Riccardo Patrese: «Che bello rivedere l’Alfa in Formula 1, ha un fascino immenso»

È stato l’ultimo a guidarla nel Circus: «Tornerei subito non immaginate quanti tifosi abbia nel mondo»

Riccardo Patrese è stato uno fra i piloti italiani più importanti nella storia della Formula 1. Padovano, classe 1954, ha corso 256 Gran premi (un record rimasto imbattuto fino al maggio del 2008, quando lo infranse il brasiliano Rubens Barrichello) vincendone sei.

Ha guidato Shadow (la macchina del suo esordio nel Mondiale, datato 1977), Arrows, Brabham, Williams, Benetton e nel 1984 e nel 1985, più o meno a metà della sua carriera nel Circus, l’Alfa Romeo. Non a caso, quindi, sabato scorso era tra gli ospiti d’onore ad Arese, in occasione della presentazione del ritorno in Formula 1 della Casa del Biscione, che ha stretto un accordo con la Sauber.

Quando è nato il suo legame con l’Alfa Romeo?

«In famiglia si parlava sempre dell’Alfa Romeo perché mio fratello, quando si è laureato in ingegneria meccanica, è venuto a lavorare nell’azienda di Arese. Il marchio del Biscione è entrato ben presto nel cuore della famiglia Patrese».

E il suo esordio con una macchina costruita ad Arese?

«La prima volta che sonosalito su un’Alfa Romeo è stato sulla pista per i collaudi di Balocco, nei pressi di Vercelli, credo nel 1980: mi hanno concesso di guidare un’Alfa 33 (modello Sport Prototipi, superava ampiamente i 200 km/h di velocità: da non confondere con l’auto stradale, ndr). Ero già un pilota di Formula 1, ma governare una macchina del genere mi ha dato grandissime emozioni».

Poi, con l’Alfa Romeo, ha gareggiato anche in Formula 1.

«Mi hanno chiesto di pilotarla nelle stagioni 1984 e1985. Sono arrivato con grande entusiasmo, alla fine un podio lo abbiamo portato a casa, proprio a Monza, in occasione del Gran premio d’Italia del 1984: sicuramente uno splendido ricordo, arrivai alle spalle di Niki Lauda e del povero Michele Alboreto. Abbiamo avuto parecchi problemi di affidabilità in quei due anni. Ma è stata un’esperienza bellissima».

Ci racconta il perché?

«Un pilota italiano che corre per una scuderia italiana diventa prestigioso, ammiratissimo. Mi sono reso conto di quanti sostenitori avesse l’Alfa Romeo e di come ci fosse un tifo in contrapposizione alla Ferrari. Non ho mai sentito così tanto calore nei miei riguardi da parte degli appassionati. Il Biscione era un marchio che faceva concorrenza alla popolarità del Cavallino Rampante. Per me, che in precedenza avevo corso per tantissimi anni per team stranieri, quei due anni sono stati assai appaganti, anche senza i risultati raggiunti nel resto della mia carriera. È un vero peccato che non siamo riusciti a dare agli “alfisti” più soddisfazioni di quelle che avrebbero meritato».

L’addio del 1985 fu un duro colpo.

«Mi dispiacque perché non fu un grande anno e decisero quindi di abbandonare il progetto Formula 1: avevamo lavorato per un biennio con tutte le nostre forze per essere competitivi ma purtroppo il risultato fu inferiore alle attese. Un’uscita di scena dopo un’annata con pochi risultati è stato un dolore, anche perché si operava con grande armonia e stavo proprio bene in quel team».

Ora c’è il grande ritorno.

«Mi fa naturalmente molto piacere. Speriamo che attraverso questa nuova operazione possano crearsi i presupposti perché questo marchio ritorni a essere non dico vincente ma almeno protagonista».

E se le offrissero di tornare al volante?

«Se me lo dicono io non mi tiro di certo indietro, poi non so quanto competitivo potrei essere (ride di gusto, ndr). Ma di sicuro non gli rispondo “io non monto su quell’affare lì”. Nel 2008 ho guidato la Honda, quando Barrichello ha superato il mio record di partecipazione ai Gran premi e i giapponesi mi hanno dato la possibilità di svolgere un test a Jerez de la Frontera: non è che mi sia trovato male, anzi… mi sono divertito come un bambino. Sono passati dieci anni, a livello di strumentazione e tecnologia molto è cambiato, ma io fisicamente sto ancora molto bene, quindi perché no (ride ancora, ndr)?».

Quanto è cambiato da quando correva lei.

«Tantissimo. Adesso i ragazzi vengono messi in macchina a 18 anni e sanno guidare una Formula 1, anche con esperienza pratica nulla. Una situazione del genere era impensabile e improponibile ai miei tempi, quando per guadagnarti un abitacolo nel Circus dovevi fare tantissima gavetta. Senza quella e senza un po’ di talento innato non riuscivi a guidare una monoposto del genere. Con ogni probabilità l’avresti sfasciata, per la disperazione del proprietario della scuderia, e ti saresti pure fatto molto male. Il pericolo era altissimo: prima di darti un’opportunità ci pensavano non due ma dieci volte».

Lei iniziò con la Shadow per poi passare alla Arrows.

«È una scuderia, quella della “Freccia” di Milton Keynes, che è nata con me. Nessun top team avrebbe ingaggiato un ragazzino, dovevi crearti una scorza e dimostrare che eri bravo. Così per tre, quattro anni. A quel punto la grande occasione sarebbe potuta arrivare. Nessuno della mia generazione è stato in lotta per un Mondiale fin da subito. Lewis Hamilton, al suo primo anno in McLaren, nel 2007, ha rischiato di conquistarlo al primo colpo. Altri tempi».

Altri tempi anche a livello di team.

«Farebbero comodo, per la crescita di talenti, squadre come l’Osella, ma anche quelle create nella seconda metà degli anni Settanta da Arturo Merzario ed Emerson Fittipaldi. Era tutto abbastanza semplice, almeno sulla carta: costruivi una Formula 1 e ti presentavi a correre. Magari i risultati non erano eccezionali, però davi una grande possibilità ai più giovani. Ora con quei budget non riesci neppure a iscriverti al Mondiale».

Per chiudere, si ha l’impressione che questa Alfa Romeo possa avere molti tifosi.

«Ci sono tantissimi alfisti nel mondo, quindi ne sono convinto anche io. Tra i più giovani, invece, sarà più dura. Ho un figlio di 12 anni che stravede per
Vallteri Bottas, i ragazzi puntano su chi vince, quindi gli piacciono anche Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. Cercherò di convincerlo io, anche perché questa macchina, al di là dell’affetto che provo per l’Alfa Romeo, mi piace proprio: che bei colori!».

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