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IL COMMENTO 

Lo sport e il fascino della vittoria impossibile

Il gol del portiere Brignoli è un’impresa rara che apre all’immortalità sportiva. Ed è la fortuna di ogni sport poter sapere che l’impossibile non è tale. Le storie più significative e la miopia dei padroni del vapore che queste storie le odiano

Come un film, meglio di un film. Perché qui Rocky esiste davvero, è esistito ed esisterà ancora. Ed è il bello di questo grande romanzo chiamato sport che ha appena offerto l’ennesimo gioioso episodio con il gol all’ultimo tuffo del portiere del Benevento. Roba che da sola vale l’immortalità sportiva.

Ma Alberto Brignoli non è stato il primo e non sarà certo l’ultimo a vincere la sfida contro l’impossibile. La storia regala speranze immense. E potrebbe regalarne di più se non spuntassero nuove formule astruse nelle coppe nazionali e campionati devastati da disuguaglianze come quelle di uno scoglio di fronte al mare.

Perché ciò che i padroni del vapore non comprendono è che nulla vale più di poter gioire per quel che nessuno si attende. Ad esempio avere anche qui il Leicester campione inglese del 2016, come accadde al Verona nel 1985. E magari anche qualcosa di più fiabesco come ciò che vissero i dilettanti francesi del Calais: era il 2000 quando un gruppo di impiegati, magazzinieri e studenti, vittoria dopo vittoria, si trovò allo Stade de France a contendere la coppa al Nantes. Perse per un rigore all’ultimo minuto ma ebbe tutta la Francia al fianco e la favola finì comunque con il capitano dei vincitori che invitò lo sconfitto ad alzare la coppa insieme con lui di fronte a un intero stadio commosso. Da noi c’è la bella storia del Vicenza, trionfatore della coppa Italia 1997 con Francesco Guidolin in panchina: via via caddero Lucchese, Genoa, Milan e Bologna. Poi la doppia finale con il Napoli, trionfale. L’anno dopo, quindi, l’avventura in coppa delle Coppe con un altro sogno sfiorato: tutto bene con Legia Varsavia, Shakhtar Donetsk e Roda. Quindi la semifinale con il Chelsea di Vialli: vittoria in casa all’andata (1-0), gol del vantaggio a Stamford Bridge, prima di crollare al 76’ per il 3-1 finale.

E poi ci sono le favole delle nazionali, immense. Prendete la Danimarca a Euro 1992 in Svezia. Era stata eliminata dalla Jugoslavia, poi esclusa in extremis per la guerra civile. I calciatori danesi erano in vacanza e furono richiamati in tutta fretta senza il giocatore migliore, Michael Laudrup, che disse «grazie, resto al mare» e vide i compagni trionfare in finale con la Germania. Otto anni dopo, in Portogallo, l’impossibile invece aveva le maglie della Grecia: tecnico tedesco (Otto Rehhagel) e quaderni di tattica italiana alla Nereo Rocco.

E oltre al calcio delle mille singole partite dai risultati incredibili, anche gli altri sport hanno saputo offrire pagine leggendarie. Tante, al punto che diventa difficile anche lasciar fuori dalla narrazione vittorie come quella del Giappone contro il Sudafrica alla Coppa del mondo di rugby 2015. O i successi dei carneadi Olivier Panis e Johnny Herbert in Formula 1 o le fughe solitarie di ciclisti sconosciuti in gare prestigiose e molto altro ancora.

Perché, va detto, la favola delle favole è la vittoria a Wimbledon nel 2001 del tennista numero 125 del mondo, finito nel tabellone solo grazie a un invito come vecchia gloria. Il protagonista è il croato Goran Ivanisevic, ex numero 2 in declino. Un po’ come Rocky che torna sul ring a 40 anni, lui infila uno dopo l’altro successi contro tennisti di alto rango: Moya, Roddik, Rudedski, Safin, Henman. Quindi la finale con l’australiano Pat Rafter. Vince e trova 150mila persone ad accoglierlo all’aeroporto di Spalato.

Goran Ivanišević
Goran Ivanišević


Nulla al confronto di quel che sa fare, non per merito suo, il modesto pattinatore australiano su ghiaccio Steven Bradbury alle Olimpiadi di Salt Lake City, nel 2002. Nei 1.500 esce al secondo turno, nei 1.000 accade l’incredibile. Ai quarti è terzo ma passano solo in due, lui entra per la squalifica di chi gli è arrivato davanti. In semifinale vince per le cadute e le squalifiche degli altri. E in finale è subito staccatissimo, all’ultima curva un tentativo di sorpasso provoca la caduta di tutti gli altri che scivolano lenti con il culo sul ghiaccio mentre Bradbury si avvia verso il trionfo più incredibile. Al punto che in Australia “doing a Bradbury” (fare un Bradbury) finirà sui vocabolari come sinonimo di successo insperato. Dopo, lui ha subito mollato i pattini, è finito su un francobollo e, anche stavolta senza grande talento, si è messo a correre in auto. Risultati? Due podi. E qui si entra in un’altra sfera: la differenza fra chi nasce Gastone e chi Paperino. Altro tipo di favola, ma pur sempre una favola.

twitter: @s_tamburini

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Steven Bradbury
Steven Bradbury

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