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La campagna elettorale tra paradossi e diversità

«Marciare divisi, colpire uniti». Il motto dei generali prussiani, di cui si appropriò un secolo dopo Mao Tse Tung, pare fatto apposta per raccontare questa campagna elettorale. E invece no, perché la via italiana alle urne è ancora una volta quella impervia del paradosso e della diversità: marciare divisi per restare divisi pure dopo il voto, si potrebbe azzardare. Noi naturalmente ci auguriamo che da qui a marzo qualcosa cambi, e che alla fine uno straccio di governo nasca, ma la fotografia dell’esistente lascia poche speranze.

A sinistra va in onda la frantumazione. I protagonisti della commedia hanno provato a mettere in campo i meglio fichi del bigoncio nella speranza, finora vana, di trovare un’intesa, avviare un’alleanza, allargare il “campo progressista”, per usare la denominazione della creatura tenuta a battesimo da Giuliano Pisapia. Ma Romano Prodi, dopo aver piantato la sua tenda davanti al Nazareno, ha smontato tutto e ha ricominciato i suoi giri di “special consultant” intorno al mondo; un dolente Walter Veltroni dispensa i suoi consigli in libri e interviste, ma non riesce a trovare ascolto; Piero Fassino, tenace come sempre, contatta e media nella speranza di riportare a unità almeno parte degli scissionisti del Pd, ma finora ha incassato solo dei no: l’unico modo per riuscire passa per la cancellazione della candidatura a premier di Matteo Renzi. Mission impossible.

Piccole vendette e grandi provocazioni a parte, ci sono episodi che bene illustrano lo stato dell’arte. Ad Antonio Di Pietro fanno la corte sia il Pd che Mdp. A entrambi l’ex pm avrebbe detto: corro nel maggioritario, ma a patto che la candidatura sia unitaria, cioè frutto di un’alleanza nel collegio tra i due partiti. Sia Pd che Mdp gli hanno detto che si può fare se l’altro è d’accordo, ma finora non ha detto sì né l’uno né l’altro.

Secondo episodio. Domani, a quanto si dice, l’assemblea congiunta di Mdp (Bersani & D’Alema), Sinistra Italiana (Fratoianni & Fassina) e Possibile (Pippo Civati) dovrebbe lanciare ufficialmente la candidatura di Pietro Grasso. Se non è stato fatto finora non è solo per ragioni istituzionali (si vuole che prima il Parlamento vari la manovra), ma perché il presidente del Senato ha posto la condizione che l’alleanza si allarghi ad altre espressioni della società civile. Ore febbrili per un sì non scontato.

Ma queste sono rose e fiori a confronto di quello che succede a destra, dove invece sembrava che a Berlusconi fosse riuscito il miracolo di mettere insieme il diavolo e l’acquasanta, cioè un partito, il suo, che ha improvvisamente scoperto Angela Merkel e altri due (Lega e Fratelli d’Italia) che inneggiano a Marine Le Pen e all’Afd di Alice Weidel. In Sicilia è andata bene perché il Cavaliere ha saputo mettere d’accordo tutti su un nome non suo, ma suggerito da Giorgia Meloni, quello di Nello Musumeci. Lì però non si è votato con un sistema in gran parte proporzionale come il Rosatellum che per definizione spinge tutti a correre da soli per misurare le proprie forze e farle poi pesare al tavolo delle trattative dopo il voto. Chi prende più voti comanda. E per ottenerli bisogna aggredire proprio chi ti è più vicino e compete sul tuo stesso terreno.

Ma non c’è solo questo. Pesa il rimescolamento di carte che dopo la Sicilia sta avvenendo a destra, e di cui il passaggio sotto le insegne di Fratelli d’Italia di Daniela Santanché e di due pezzi da novanta come Alemanno e Storace è solo la prima avvisaglia. E contano ancora di più le divisioni su snodi importanti del programma di governo: su giustizia, tasse, pensioni, spesa pubblica, rapporti con l’Europa e moneta unica, perfino sul nome del candidato premier (il leader politico vittorioso, o magari un ex generale dei carabinieri come ha suggerito Berlusconi ispirandosi a qualche paese del Sud America?) non c’è giorno che Salvini o Meloni non trovino il modo di
distinguersi da B. Insomma, potrà anche riuscire di nuovo l’impresa di colpire uniti con un’alleanza in zona Cesarini dopo aver condotto divisi una campagna elettorale, ma è facile che a urne aperte i tre tornino a dividersi. E non sul tifo per il Milan.

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