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L’italiano e la politica: l'evoluzione degli stili retorici in dieci leader

L’italiano e la politica: l'evoluzione degli stili retorici in dieci leader

Il linguaggio della politica cambia continuamente. Ecco allora, leader dopo leader, una piccola storia degli stili retorici più celebri della nostra politica

L’italiano e la politica: dalle declamazioni del Fascismo, ai tweet di Matteo Renzi; dalla nebbiosità della Democrazia Cristiana alle metafore sportive care a Silvio Berlusconi. Il linguaggio della politica cambia continuamente. Ecco allora, leader dopo leader, una piccola storia degli stili retorici (passati e presenti) più celebri della nostra politica.

1. Enrico Berlinguer
Durante la sua attività di segretario del Partito Comunista, due cose spiccarono su tutte, dal punto di vista linguistico: la sobrietà e l’austerità tipiche della tradizione retorica comunista, e la grande capacità di creare e diffondere nuove espressioni. Una su tutte, compromesso storico: voleva, Berlinguer, che le forze di ispirazione comunista, socialista e cattolica, collaborassero per il bene della democrazia. Ecco allora che al termine compromesso, di per sé provvisorio, affiancò un aggettivo storico, capace di dettare un senso di lunga durata e stabilità.

2. Silvio Berlusconi
Con la sua discesa in campo, Berlusconi porta a compimento il processo di personalizzazione e spettacolarizzazione della politica avviato, in modi diversi, da Craxi e da Pannella. Dominatore del mondo della televisione e comunicatore nato, il politico Berlusconi usa le parole che userebbero i suoi sostenitori. Una lingua scarna, ma molto composita: un italiano comune, molte metafore popolari (celebri quelle calcistiche), numerosi elementi che rimandano al lessico economico e aziendale, e forme arcaiche e stereotipe che innalzano il registro e talvolta diventano dei tormentoni: mi consenta, vi dice qualcosa?

3. Umberto Bossi
Unico movimento ad esser passato indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica, la Lega Nord comunica mediante comizi didascalici, che hanno il chiaro intento di ‘educare’ (e talvolta rimproverare) i militanti del partito. Il linguaggio di Bossi è un linguaggio che nettamente prende le distanze da quello assai prudente della Prima Repubblica: spontaneo, colorito, dirompente, aggressivo, produrrà uno degli slogan più celebri della storia della politica italiana: La lega ce l’ha duro.

4. Bettino Craxi
Leader socialista e presidente del consiglio negli anni ottanta, Craxi usava un linguaggio decisamente innovativo. Parente stretta dello stile che caratterizzerà la politica della Seconda Repubblica, la comunicazione politica craxiana tendeva ad avvicinarsi quanto più possibile alla lingua del cittadino: sistematico il ricorso a parole, citazioni e detti popolareggianti come i nodi vengono al pettine, il carro davanti ai buoi, non stare né in cielo né in terra… fra i primi a intuire l’importanza della televisione, Craxi avviò la trasformazione della politica in politica-spettacolo.

5. Beppe Grillo
L’apoteosi della spettacolarizzazione della politica la dobbiamo al momento in cui il comico Beppe Grillo diventa leader politico. Chiara, dal punto di vista linguistica, appare la continuità fra il Grillo comico e il Grillo politico: c’è l’utilizzo dei diminutivi, c’è una spiccata aggressività verbale (già adoperata da Bossi), ma ci sono anche i due pilastri della sua strategia comunicativa. La creazione di soprannomi tanto buffi quanto affilati, e l’uso di un lessico disfemico, che attinge facilmente, cioè, nelle parolacce. Con linguaggio colorito e popolare, che incrocia i tecnicismi presi da vari linguaggi specialistici, Grillo ha portato, in sintesi, il suo talento dirompente di comunicatore dal palcoscenico al podio.

6. Aldo Moro
Lo statista della Democrazia Cristiana ha reso celebre il cosiddetto politichese della Prima Repubblica. Un esempio? Le famose convergenze parallele, espressione con cui Moro sintetizzò le caratteristiche del linguaggio politico di quel periodo, fatto di metafore geometriche, e della speranza che partiti ideologicamente contrapposti potessero incontrarsi in obiettivi strategici comuni.

7. Benito Mussolini
Abile fautore di frasi vuote, contraddittorie, spesso paradossali, Mussolini sapeva incantare e persuadere le masse grazie a suggestioni ritmico-musicali, più che semantiche. La sintassi e la costruzione tipiche della retorica mussoliniana si fondavano, infatti, principalmente sul ritmo: ed è solitamente un ritmo ternario, come dimostra il celeberrimo slogan credere, obbedire, combattere.

8. Marco Pannella
Primo caso di personalizzazione di una forza politica con il suo leader, quasi sempre il Partito Radicale è stato identificato con la figura di Marco Pannella. Ma è stato anche il primo caso di strategia comunicativa di forte rottura, messa in atto mediante una vera e propria spettacolarizzazione della politica. Eclatante, ed emblematica, la partecipazione a Tribuna Politica: imbavagliati e muti per tutta la durata della trasmissione, i Radicali sfoderarono come personalissima e potente arma retorica un polemico silenzio.

9. Romano Prodi
Economista, e fondatore dell’Ulivo, Romani Prodi è conosciuto anche come “il professore”. L’epiteto rispecchia bene il modo di comunicare di Prodi, fatto soprattutto di terminologie e costruzioni di taglio tecnico-scientifico e di un tono programmatico. I suoi discorsi, che non celano la caratteristica di essere dei testi scritti poi eseguiti oralmente, sono stati definiti grigi, non in senso svalutativo, ma per la medietà del loro stile. Mai sopra le righe, e misuratissimo dal punto di vista sia lessicale che sintattico, lo stile prodiano acquisisce vivacità dalla marcata intonazione emiliana e dal tono pacato che dà, a chi ascolta, la sensazione di essere il destinatario prescelto di una intima confidenza.

10. Matteo Renzi
Il linguaggio di Renzi è fatto di un lessico informale, di facile comprensione, schietto e concreto (basta dire rottamazione, in fondo, per comprendere). Ricorre frequentemente all’utilizzo di spiritosaggini e aderisce pienamente alla retorica del rispecchiamento

già craxiana e berlusconiana. Personalissima la tecnica dell’utilizzo del dialogo fittizio che, inserendo nel discorso una serie di anonime voci obiettanti capaci di creare un contrappunto immaginario, trasforma il momento politico in un gesto fortemente teatrale.

 

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