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Beni confiscati, a processo giudice Saguto

A giudizio anche parenti, amministratori, magistrati e docenti

RIPRENDIAMOLI, sfida per i beni confiscati alla mafia

La gestione dei beni confiscati alla mafia era diventata una grande girandola di affari. A capo di un «sistema» che distribuiva soldi, favori e regali c'era l'ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto. Indagata e sospesa dal servizio, quando lo scandalo è scoppiato due anni fa, è stata ora rinviata a giudizio con gli uomini del suo «cerchio magico»: amministratori giudiziari, professionisti, altri magistrati, parenti stretti. In quindici si ritroveranno in aula il 22 gennaio 2018 per rispondere, a vario titolo, di un'ottantina di capi di imputazione e di reati che vanno dalla corruzione al falso, dall'abuso d'ufficio alla truffa aggravata.

"Riprendiamoli, sfida per i beni confiscati", nove esempi di buona gestione I capolavori di De Chirico e Fontana comprati dal boss ora in mostra a Reggio Calabria. I braccianti sfilati al caporalato che lavorano nei campi tolti alle cosche. Ecco alcune storie di buona gestione raccontate nella nostra inchiesta "Riprendiamoli, sfida per i beni confiscati alla mafia" (di Tecla Biancolatte)

Il gip Marcello Testaquadra ha in sostanza accolto e condiviso le richieste della procura nissena diretta da Amedeo Bertone. L'inchiesta avrebbe confermato l'impianto dell'accusa che attribuisce all'ex presidente Saguto una gestione disinvolta dei patrimoni di Cosa nostra fatta di assegnazioni di incarichi a un ristretto gruppo di fedelissimi, tra cui spicca la figura dell'avvocato Gaetano Cappellano Seminara (giudicato a parte avendo scelto il rito immediato) destinatario di decine di incarichi come amministratore giudiziario. L'indagine si è incentrata anche sulle operazioni finanziarie in qualche modo riconducibili al «sistema» manovrato dal giudice e nelle quali avrebbe avuto una parte il padre Vittorio Saguto. Con lui vanno a giudizio anche il marito della ex presidente, l'ingegnere Lorenzo Caramma, e il figlio Emanuele.

A Caramma lo studio dell'avvocato Seminara avrebbe affidato consulenze per alcune centinaia di migliaia di euro. A fare emergere lo scambio tra incarichi e favori è stato il caso di Walter Virga, figlio del giudice Tommaso, nominato amministratore dell'impero imprenditoriale sequestrato ai fratelli Rappa: un patrimonio tra 600 e 800 milioni costituito da edifici, ville, società e una delle principali emittenti televisive siciliane. Nello scambio interessato di favori sono coinvolti anche l'ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, gli amministratori giudiziari Aulo Gabriele Gigante, Roberto Nicola Santangelo, l'ex giudice della stessa sezione della Saguto, Lorenzo Chiaramonte, e due docenti universitari della Kore di Enna: Carmelo Provenzano, che aveva dato una mano di aiuto negli studi al figlio della Saguto, e Roberto Di Maria.

Con loro vanno a giudizio anche la moglie di Provenzano, Maria Ingrao, e la collaboratrice Calogera Manta mentre è stata stralciata e trasmessa a Palermo la posizione di un altro docente, Luca Nivarra. A completare il quadro degli accusati sono anche due magistrati, Tommmaso Virga padre di Walter e Fabio Licata, e il cancelliere del tribunale di Palermo, Elio Grimaldi. Saranno giudicati con rito abbreviato a partire dal 20 dicembre. Quello che si prepara è in sostanza il processo a un'antimafia che, secondo la Procura di Caltanissetta, ha smarrito il suo orizzonte e la sua funzione per alimentare un sistema collegato al malaffare.

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