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Il mistero del premier. La soluzione dopo il voto

A ben pensarci, non sappiamo nemmeno chi saranno i candidati premier. Insomma, la campagna elettorale è cominciata ed è già incandescente, i tamburi rullano, e magari in cuor nostro abbiamo pure deciso per chi votare, ma per paradosso non conosciamo il nome del leader che vorremmo a Palazzo Chigi, nel senso che potrebbe anche essere diverso da quello che abbiamo in mente noi. Perché se continua cosi il mistero sarà svelato solo a urne chiuse e a risultati acquisiti.

Direte: non è troppo presto per preoccuparsene? No, perché il voto dovrebbe diventare un momento di chiarezza e trasparenza, non la premessa di manovre e trattative che cominceranno solo a cose fatte. Speriamo in un cambio di passo, verrebbe da dire. Le premesse non sono le migliori. La legge elettorale che alla fine il Parlamento ha approvato, il Rosatellum, premia chi è capace di mettere insieme una coalizione, nel senso che nessun partito sembra avere oggi la possibilità concreta di raggiungere la maggioranza dei voti da solo. Ma proprio le coalizioni sono per molti una vera dannazione, anche perché si trascinano dietro il problema del premier. A cominciare dal centrodestra. Berlusconi, per esempio, deve fare i conti con un socio ingombrante, Matteo Salvini, che da quando ha eliminato dal suo marchio la parola “nord” ha deciso di giocare la sua mossa decisiva: provare a diventare lui il leader cavalcando l’onda di protesta montata nel Paese. Finora il Cav è riuscito non solo a contenerlo ma perfino nella non facile impresa di presentare in Sicilia una coalizione unita. E ha vinto. È stato abile a fare asse con Giorgia Meloni convergendo sul candidato che aveva proposto lei, Nello Musumeci, e costringendo cosi Salvini a un accordo.

Ma non sarà facile trasferire la stessa soluzione in tutta Italia. Berlusconi va ripetendo che il leader sarà chi prende più voti, e in fondo dice un’ovvietà anche se così non è: fino alla sentenza di Strasburgo, che arriverà chissà quando, lui non è candidabile. Chi allora? Si è fatto il nome di Antonio Tajani, ma da Bruxelles fanno sapere che non sarebbe elegante mollare la presidenza del Parlamento, appena concessa all’Italia, per una campagna elettorale dagli esiti assai incerti. Allora si ricomincia, e si aspetta, perché Salvini confida sempre in un clamoroso sorpasso.

Per il centrosinistra le cose sono, se possibile, ancora più complicate. Dopo il voto siciliano, Matteo Renzi si è detto disponibile a riaprire il cantiere di un’alleanza a sinistra, ma sembrano solo parole: il segretario Pd sa benissimo che l’unica possibilità di un’intesa passa per la sua rinuncia alla candidatura a premier, ma per ora non ha alcuna intenzione di cedere; Bersani, Grasso, Pisapia & C. lo hanno capito e per questo hanno chiuso tutte le porte e vogliono andare avanti da soli. Ma lo stesso problema si porrebbe anche nell’ipotesi assai probabile che nessuno, coalizzato o no, dovesse conquistare i voti che servono e l’unica strada percorribile fosse quella di una qualche forma di governo delle larghe intese. Ma in questa ipotesi la guida toccherebbe al leader del primo partito, e se vale il precedente siciliano questo non sarà il Pd. La stessa incognita grava sul capo di Gentiloni che resterà in carica fino al voto e che dopo, nel marasma che ci sarà, potrebbe avere più chance di Renzi: ma il primo arrivato potrebbe far valere il suo veto.

Gli unici che all’apparenza non si pongono nemmeno il problema del dopo voto sono i grillini. Sarà che il candidato premier già ce l’hanno, Luigi Di Maio, sarà che la loro parola d’ordine è “meglio soli che male accompagnati”, ma danno l’impressione di volersi occupare della questione solo a urne chiuse. Non solo perché sperano di arrivare da soli al mitico 40% dei voti che regalerebbe loro un generoso premio di maggioranza – ipotesi non del tutto campata in aria – ma anche perché non saprebbero che cosa fare se
cosi non fosse: cercare un’alleanza con Salvini? Con il Pd? Restare all’opposizione, sperare nell’ingovernabilità da cui lucrare ancora e aspettare che si torni a votare? Ecco, loro il candidato premier ce l’hanno, ma non sanno a che gioco farlo giocare.

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