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Conosci l'italiano, il glottologo: «C’è chi arriva alla laurea senza una scrittura corretta»

Conosci l'italiano, il glottologo: «C’è chi arriva alla laurea senza una scrittura corretta»

Sapevate che la "@" deve la sua paternità alle anfore? E che il corsivo è una invenzione italiana? Il glottologo Alessandro De Angelis svela piccoli segreti della lingua italiana e sposa l'appello di 600 docenti che hanno chiesto al Miur di intervenire: troppi studenti non sanno scrivere. E allora ecco anche tre regole per mandare una mail ai propri docenti universitari

L'italiano, conoscere e usare una lingua formidabile: la collana in edicola 

Forse non tutti sanno che: il corsivo è un’invenzione tutta italiana; la chiocciola @ deve la sua paternità all’anfora. Sono alcune delle informazioni che si scoprono leggendo  i volumi della collana “L’Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile”, curato in collaborazione con la Crusca , in uscita con questo giornale e con gli altri quotidiani del Gruppo Gedi. La prima uscita “Bada (a) come scrivi” è ancora disponibile in edicola, mentre il secondo volume sarà in vendita da sabato di questa settimana e si intitola “La nostra lingua dalla @ alla zeta”. Vista la materia, abbiamo fatto qualche domanda al glottologo Alessandro De Angelis.

Le 21 lettere dell’alfabeto ci accompagnano fin dall’infanzia. Le impariamo a memoria per prime, insieme ai numeri. Che impatto hanno su di noi?

«Un impatto direi fondamentale. Ogni lingua prima di tutto si parla e poi eventualmente si scrive, ma in moltissime società moderne l’apprendimento della scrittura e della lettura rappresentano il canale obbligato per accedere alla comunicazione privata e pubblica, a partire dalla scuola dell’obbligo fino al mondo del lavoro. Chi non domina questi due strumenti almeno a un livello d’istruzione elementare, è di fatto escluso dalla maggioranza dei ruoli sociali e delle interazioni quotidiane».

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Ci racconta la genesi della parola “alfabeto” ?

Deriva dal latino alphabetus, prestito dal greco alfàbetos, parola evidentemente composta dal nome delle prime due lettere alfa e beta, i cui nomi rappresentano un adattamento dal nome delle lettere del fenicio aleph e beth. Già in quest’etimologia, di fatto semplice, si nasconde una storia culturale affascinante: il nostro sistema di scrittura è una diretta derivazione di quello latino, il quale a sua volta rappresenta un adattamento di quello greco, avvenuto intorno all’VIII secolo a. C. nell’Italia meridionale a seguito dei contatti tra greci, romani e altri popoli dell’Italia antica. A loro volta, le origini della scrittura greca affondano nel vicino Oriente, precisamente nell’area fenicia: è infatti a partire dall’alfabeto fenicio, che serviva a rappresentare una lingua semitica, che l’alfabeto greco ha tratto origine».

L’italiano è una lingua “formidabile”?

«L’aggettivo formidabile è un bell’esempio della complessità e del fascino della nostra lingua e della sua storia. L’aggettivo formidabile deriva dal latino: formidabilis cioè terribile, spaventoso. Tuttavia, in questo caso la parola italiana non continua direttamente quella latina, ma quest’ultima è entrata nel lessico italiano come un prestito: in sostanza, la parola latina è stata reintrodotta in un certo momento della nostra storia linguistica, in questo caso nel ’500, attraverso i testi scritti. In questo caso si parla di forme dotte o cultismi. Quest’esempio spiega come la nostra storia linguistica, ricca ed antica, è tutt’altro che semplice, ma questa complessità è estremamente affascinante: sotto questo punto di vista, l’italiano è davvero una “lingua formidabile”».

La chiocciola @ tanto moderna in realtà era già presente nei documenti medievali dei mercanti italiani usata come segno per rappresentare l’anfora. Ci sono altri segni per noi figli del web che invece arrivano da lontano?

«Più che il segno in sé, sono certi stratagemmi grafici frequenti nel web ad avere degli illustri predecessori nell’antichità. Ad esempio, oggi è molto frequente su Facebook l’uso del cosiddetto hashtag o cancelletto, con una funzione però diversa da quella con cui è nato su Twitter: non rappresenta più un aggregatore di contenuti, ma una sorta di moda grafica, col quale talvolta si separa una parola dall’altra; in questa nuova funzione di segnale divisorio, l’uso dell’hashtag trova interessanti analogie con vari segni diffusi nei manoscritti medievali per segnare il confine di parola, in modo tale da distinguerla da quella successiva, prima che intervenisse la pratica moderna di separare con lo spazio una parola dall’altra. Anche la storia della lettera k in italiano è molto interessante a questo proposito: k compare in alternanza con c nei più antichi testi italiani, a cominciare dal celebre sao ko kelle terre... (‘so che quelle terre’) dei Placiti capuani (X secolo). Scomparsa dall’uso, è ritornata in voga nella grafia dell’italiano moderno nelle scritture cosiddette brevi (chat, sms etc.), ma già dagli anni ’70 ha avuto una particolare fortuna specie nella propaganda politica: è il famoso kappa politico».

Fra qualche anno, troveremo anche gli emoji in un libro dedicato all’alfabeto?

«Certamente. Gli emoji sono già da tempo oggetto di studio; oggi si parla in riferimento alla scrittura dell’italiano di Emojitaliano. Esiste un ambizioso progetto di una traduzione a più mani, avviata nel 2016 su Twitter, di Pinocchio: il tentativo è quello di rendere il romanzo di Collodi in un sistema a base pittografica e ideografica».

Il corsivo è stato inventato da Aldo Manuzio tanto che in lingua inglese viene chiamato “Italic”. Abbiamo la paternità sulla “bella scrittura” eppure lo scorso febbraio in 600 fra docenti e intellettuali hanno scritto al governo dicendo che gli studenti non sanno scrivere in italiano corretto e il Miur ha risposto con una task force guidata dal linguista Luca Serianni. È veramente così?

«Io credo di sì, almeno a giudicare dalla mia esperienza: spesso gli studenti di facoltà umanistiche arrivano alla tesi della laurea triennale disconoscendo le norme minime per una scrittura corretta».

Gli studenti comunicano spesso con i docenti via e-mail. Ci dà tre regole da seguire su come scrivere una e-mail appropriata?

«Direi: chiarezza massima, frasi brevi, evitare l’uso di formalismi eccessivi, senza però esagerare in direzione contraria (ad esempio, eliminare l’abusato “Salve Prof”). E non sarebbe neanche male, una volta ricevuta la risposta attesa, ringraziare... Le buone maniere sono sempre ben accette».

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