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Pd. L'eterogenea platea di un re Sole meno forte

Nella kermesse al Lingotto si è visto un rapporto più bilanciato tra leader e partito, nel segno della convenienza reciproca

Non è questione di noia in più o di effetti speciali in meno: la differenza vera tra le Leopolde dei mesi scorsi e il Lingotto di ieri è stata il rapporto di forza tra Renzi e la comunità seduta in platea ad ascoltarlo. Nei vari appuntamenti fiorentini tutto girava intorno a lui, e il partito non esisteva nemmeno nel simbolo: era il tentativo di imporsi come uomo nuovo e di radunare una generazione trasversale, che facesse saltare gli equilibri delle tessere con cui il Pd andava avanti da sempre. Il fine settimana appena trascorso, invece, ha fotografato una realtà diversa, forse più tradizionale, con un convitato di pietra - la sconfitta al referendum - che ha rimescolato le carte.

Al Lingotto si è visto un rapporto più bilanciato tra leader e partito, nel segno della convenienza reciproca: Renzi ammette che l’uomo solo al comando ha portato la carovana a sbattere, e per questo accetta di ricandidarsi con un profilo più basso; i maggiorenti del Pd incassano un maggiore coinvolgimento, ma gli lasciano comunque il volante, convinti che quella dell’ex presidente del Consiglio sia ancora la faccia più spendibile.

Se c’era un’eccezione, nella storia del Partito democratico, era quella del Renzi pre-referendario, l’uomo del 41 per cento in beata solitudine. Quello attuale, invece, sembra assomigliare maggiormente ai suoi predecessori, meno Re Sole e più primus inter pares: la luce propria si abbassa, quella del partito cresce di intensità. È il famoso passaggio dall’io al noi su cui il segretario uscente ha insistito molto al Lingotto - in modo così smaccato, hanno notato alcuni critici, da non apparire spontaneo - e che potrebbe causare scenari opposti: da un lato un Pd più comunità, dall’altro un leader nelle mani delle correnti anche all’interno della propria maggioranza.

È molto più difficile, invece, leggere questo Lingotto sotto il segno dei contenuti, perché le voci intervenute sembrano troppe e piuttosto lontane tra loro. Per un Orfini che dice basta agli accordi con Alfano c’è un Franceschini che chiede realismo; per un De Luca che agita la bandiera della sicurezza c’è una Bonino che prende una standing ovation lodando gli immigrati. Del resto, è eterogenea anche la platea dei sostenitori di Renzi, vecchi e nuovi, e imbarazzante lo zelo con cui alcuni di loro - spesso quelli saliti sul carro in corsa - gareggiano in adulazione sui social, con lo stesso impeto che anni fa usavano per sfotterlo.

Si gioca molto sulle parole, questo sì, e la più gettonata è sinistra. Che Renzi ripete continuamente - verrebbe da dire, con una battutaccia - “per non lasciare la sinistra alla sinistra”. Sul fronte interno c’è la candidatura di Orlando, che ieri ha raccolto il sostegno di Zingaretti e che in queste settimane sta insistendo anche su temi scomodi come i rom e i clochard: la risposta renziana ha la faccia e il nome del silenzioso Martina, forse nel ticket più squilibrato della storia. Su quello esterno ci sono invece i fuoriusciti bersaniani, accusati di aver voluto rompere la comunità del Pd e magari rimpiazzati con Pisapia, nuova legge elettorale e possibili sbarramenti permettendo.

Poi c’è la parola comunità, che il Pd negli ultimi tre anni ha utilizzato molto, ma praticato meno. Sono rimasti gli organismi (dall’assemblea alla direzione), che ne fanno la forza politica più democratica del panorama nazionale, ma è sparito il dibattito; al confronto di idee si è sostituito lo scontro tra persone, culminato nella mini-scissione di Bersani, Rossi e Speranza. Anche senza di loro, però, il problema resta, e non sarà uno slogan del Lingotto a risolverlo: che cosa sarà della mozione Emiliano, per esempio, se i numeri delle primarie la vedranno sconfitta? E cosa faranno parecchi militanti

rimasti nel Pd, anziché seguire i Democratici e progressisti, solo per la candidatura di Orlando? Il Renzi visto finora se ne è disinteressato, dedicandosi esclusivamente al suo giro stretto; può darsi che la lezione del 4 dicembre, però, gli sia servita davvero.

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