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Biotestamento. Un Parlamento bloccato da schieramenti e calcoli

Per scuotere una legislatura apparentemente destinata a concludersi senza troppi sussulti, come quella attuale, serve un caso di cronaca. I radicali - bravi a dettare l’agenda anche quando sono fuori dal Parlamento - lo hanno trovato nella storia di Dj Fabo. Fu così, del resto, anche nella legislatura scorsa, con la vicenda di Eluana Englaro, che si concluse con una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento approvata dalla Camera, ma non dal Senato: arrivò Monti, il calendario si riempì di economia, la maggioranza di larghe intese non faceva salti di gioia per approvare un testo che, comunque, aveva ben poco a che fare con le richieste dell’associazione Luca Coscioni e del deejay oggi ricoverato in una struttura svizzera.

In linea teorica - e sorvolando sulle differenze, pur non trascurabili, fra eutanasia vera e propria e sospensione dei trattamenti medici - l’attuale Parlamento è un terreno più favorevole rispetto al precedente per chi vuole introdurre una norma sul fine vita. Non solo perché la maggioranza numerica delle Camere è composta da deputati e senatori eletti nella coalizione Italia Bene Comune (con SEL e un Pd che appariva più spostato a sinistra), ma anche perché i Cinquestelle non si opporrebbero di principio. Però, come spesso accade in politica, più che le idee contano gli schieramenti, e lo schieramento che oggi sostiene il governo è, da questo punto di vista, piuttosto composito: di fronte a un testo sul fine vita, insomma, la spaccatura sarebbe inevitabile.

È successo qualcosa di analogo sulle unioni civili, e si è arrivati a un compromesso. Il partito di Alfano - e assieme a lui un pezzo di centristi, ma anche di cattolici del Pd - ha chiesto lo stralcio dell’argomento più discusso, quello delle adozioni gay, in cambio della promessa di non insabbiare la legge; ha anche ottenuto di salvare la faccia, davanti al proprio elettorato, grazie alla richiesta di fiducia da parte del governo. Che li ha dunque “obbligati” a votare il testo com’era, senza ulteriori emendamenti.

Lo stesso potrebbe accadere oggi, almeno teoricamente, sul fine vita, ma è tutto più complicato. Innanzitutto, al di là del dibattito provocato da Fabiano Antoniani e dalla campagna avviata dall’associazione Luca Coscioni negli ultimi giorni, non esiste la minima possibilità che questo Parlamento, nelle condizioni attuali, voti una legge per legalizzare l’eutanasia: forse non avrebbe nemmeno i numeri, se ogni deputato o senatore votasse secondo coscienza e non secondo logiche politiche, perché il suicidio assistito - o l’omicidio del consenziente - difficilmente riuscirebbero a ottenere 316 voti a Montecitorio e 161 a Palazzo Madama.

Altro sarebbe, invece, una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento più simile al tentativo del 2011, con la differenza di poter disporre nelle Dat anche dell’idratazione e dell’alimentazione: 6 anni fa la norma uscita dalla Camera (e poi insabbiata al Senato) lo escludeva, oggi chissà. Ma restano comunque i grandi dubbi sulla tempistica, in un momento in cui il destino del governo è legato a doppio filo agli equilibri precari nel Pd: una legge del genere è comunque divisiva, sia nell’opinione pubblica che negli stessi partiti plurali, e la discussione lunga e accesa la porterebbe proprio a ridosso del voto, nell’ultimo tratto della legislatura. Giocarci sopra una campagna elettorale, insomma, sarebbe rischioso.

Se però il dibattito si infiammerà ulteriormente, e un’ulteriore esitazione nell’esame della norma farà davvero perdere popolarità al governo e alla maggioranza, è anche possibile che l’iter alla Camera si sblocchi, ponendo fine ai rimpalli tra Commissioni che hanno finora impedito di votare il mandato

al relatore. Ma poi al Senato si ricomincerà da capo, la legislatura cadrà prima dell’approvazione finale e Renzi avrà buon gioco a dire che - se avessero vinto i sì al referendum, eliminando il bicameralismo perfetto - le cose sarebbero andate diversamente.

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