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Beni confiscati alle mafie, ecco la mappa open data regione per regione

Da un progetto di "Spaghetti Open Data" nasce il portale confiscatibene.it per monitorare aziende, immobili e altre proprietà sottratte alla criminalità. In questa inchiesta di Dataninja.it

in collaborazione con i quotidiani del Gruppo Espresso la situazione aggiornata, tra cifre ufficiali poco attendibili e milioni di euro stanziati per un database mai realizzato. E si scopre che le confische aumentano soprattutto al Nord, fra Torino, Genova e Pavia

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Sono passati 31 anni da quando Giovanni Falcone (nella foto) riuscì a togliere dalle mani della mafia la celebre tenuta di Suvignano, un immenso appezzamento di terreno nel cuore della Toscana  che faceva capo a Vincenzo Piazza, considerato uno dei principali faccendieri di Totò Riina e dei fratelli Ganci. Da allora, dal quel lontanissimo 1983, il numero di beni confiscati alla criminalità organizzata è aumentato notevolmente, ma stando ad atti e documenti ufficiali l’unica cosa certa è che non si sa con esattezza né quanti siano, né quanto valgano, né ancora con precisione come vengano riutilizzati.

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Sei milioni all'Agenzia per costruire un database mai fatto

Una storia molto italiana quella dei beni confiscati alle mafie, catalogati fino a pochi anni fa dai demani regionali, e poi dal 2010 passati in gestione alla neonata Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati ( Anbsc ). Secondo l’Agenzia stessa, che ha un sito web dedicato, il totale sarebbe di 13.971 tra immobili e aziende, mentre secondo la relazione Garofoli (presentata in parlamento nel gennaio 2014) sarebbero 12.946. Mistero assoluto, stando ai documenti parlamentari, su quale fine abbiano fatto gli oltre 7,2 milioni di euro stanziati nell’ambito del PON Sicurezza - Programma nazionale per promuovere la sicurezza nell'ambito delle linee guida europee, dei quali 6 milioni già liquidati, e che sarebbero dovuti servire per costruire un grande database per rendere fruibili i dati entro l’inizio del 2013. Recita la relazione della Commissione Antimafia di Aprile 2014: “Nei documenti consegnati a questa Commissione non è stato reso noto il motivo del ritardo, se non con un generico riferimento alla complessità del lavoro necessario”.
 

Torino, Pavia e Genova: boom di confische negli ultimi cinque anni

A rendere complesso il conteggio dei beni contribuisce anche il fatto che il loro status è suscettibile di numerosi cambiamenti, sia per questioni legate ai procedimenti giudiziari, sia per altre di natura gestionale. Secondo una recente relazione sulla consistenza dei beni, presentata in Senato a dicembre 2013 emergono alcuni aspetti interessanti sull’andamento delle confische. In totale i procedimenti di confisca sono in crescita tra il 2004 e il 2013 e hanno ormai complessivamente superato quota 2.400, con un picco nel 2011. cAndando in dettaglio, tra il 2009 e il 2013 sono stati gli immobili (appartamenti, terreni) e i mobili registrati (ad esempio auto e camion) i beni maggiormente interessati da confische (circa 5.273 sui 6.966 beni, quindi oltre il 75%).
xL’elemento più interessante che emerge dai dati della Relazione del Ministero della Giustizia riguarda certamente la distribuzione territoriale delle confische che, oltre alle conferme sulle aree tradizionalmente interessate dal fenomeno (il Sud insieme a Roma e Milano), mostra come al Nord negli anni il fenomeno si sia in un certo senso decentralizzato. Nelle prime 15 province, tutte con più di 100 confische, Torino si colloca al secondo posto, dietro solo a Palermo, mentre emergono tra le altre Genova e Pavia. E’ il segno che sono in crescita soprattutto i procedimenti della magistratura locale per contrastare il crimine organizzato.


 

Quanto valgono i beni? Le stime tra i 10 e gli 80 miliardi

Sul valore economico dei beni, il valzer di stime è ricco di contraddizioni. L’ex direttore dell'Agenzia per i Beni confiscati Giuseppe Caruso prima dichiarò all’ANSA un anno fa che il valore ammontava a 10 miliardi di euro , poi in Commissione Antimafia parlò di circa 30 miliardi , di cui 3 miliardi in contanti. Nella stessa relazione Garofoli viene indicato tra i 18 e i 34 miliardi di euro (“a seconda delle metodologie seguite”, si legge nel documento), per circa l’1,7% del PIL. Una recente stima diffusa dall’Italia dei Valori invece arriva a 80 miliardi. Un riferimento al valore dei beni è presente nella Relazione della Commissione Antimafia dell’aprile 2014, in particolare riguardo al denaro sottratto ai mafiosi: dal 2009 al 30 giugno 2014 si tratta di 24 milioni di euro assegnati al Fondo unico per la Giustizia, gestito da Equitalia Giustizia  ( qui maggiori informazioni sul dato).

Come se non bastasse la Direzione investigativa antimafia attribuisce al solo patrimonio confiscato tra il 1992 e il 2011 alle organizzazioni criminali (ai sensi della legge 575/65) un valore di quasi due miliardi di euro, così suddivisi: 917 milioni a Cosa nostra, 637 alla Camorra, 216 alla Ndrangheta, 74 a Sacra Corona Unita e cosche pugliesi, 103 milioni ad altri sodalizi malavitosi. Ammonta ad altri 7,7 miliardi di euro il valore dei beni sequestrati. Come possa lo Stato riuscire a recuperare e valorizzare i beni, senza sapere neppure quanti siano e quanto valgano, è difficile a dirsi, e di certo la nomina dell’ex prefetto di Palermo Umberto Postiglione come nuovo direttore dell’Agenzia non ha fermato le polemiche , specie sulla riforma della stessa istituzione sulla quale una proposta recente è stata avanzata nell’ambito del dibattito parlamentare.

Una delle prime proposte formulate da Postiglione prevede di destinare gli immobili all’edilizia popolare, ma il rischio è che possano tornare nelle mani di prestanome o familiari degli stessi mafiosi, che spesso risultano nullatenenti e, quindi, pienamente idonei a entrare nelle graduatorie degli aventi diritto a un alloggio.
 

Otto anni fa il “mandato” di confisca europeo ma l’Italia non ha aderito

Otto anni fa l’Unione Europea ha predisposto un provvedimento (decisione quadro 2006/783/GAI del Consiglio del 6 ottobre 2006) per l’esecuzione delle confische tra Paesi europei. Il meccanismo è semplice: un Paese emette un decreto di confisca di un bene che si trova in un altro Paese, il quale a sua volta lo esegue con una procedura automatica. Si tratta di uno strumento che potrebbe comportare giovamenti altissimi per contrastare la criminalità sul piano economico. Un’occasione che l’Italia però non ha ancora colto. Si legge nella “ Relazione sulla criminalità organizzata su base europea ” del 18 giugno 2014: «Non vi è chi non veda la grande importanza di questo strumento di cooperazione giudiziaria internazionale che rende estremamente dinamiche procedure pur sempre attuabili ma che altrimenti richie- derebbero tempi estremamente più lunghi. La decisione quadro di cui trattasi, risalente a quasi otto anni orsono, è già stata implementata da ben 21 Paesi su 28 dell’Unione europea. L’Italia non vi ha ancora provveduto unitamente a Estonia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Slovacchia e Regno Unito».
 

Il riuso dei beni frenato dalla burocrazia

Sempre più beni confiscati, sempre meno decreti di destinazione. La contraddizione emerge dalla Relazione sui beni confiscati presentata in Parlamento nel 2013. A fronte di una crescita costante di confische e, soprattutto, confische definitive, queste ultime passate da 921 del 2009 a 2259 del 2012, non si è verificato un aumento di consegne di beni a enti, associazioni o forze dell’ordine. Le confische con destinazione (solo immobili e aziende), che richiedono un apposito decreto da parte dell’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, sono addirittura in diminuzione. Dall’apice dei 629 del 2009 si è scesi fino a 85 del 2012. “Il che è quantomeno contradditorio…”, si legge nella stessa relazione, aggiornata al 31 marzo 2013. Il rallentamento nel percorso di riconversione della villa di un boss o della fattoria di un narcotrafficante si traduce in una diminuzione di valore dei beni confiscati con destinazione. Nel 2008 i Comuni avevano a disposizione immobili e aziende per un valore di 120,9 milioni di euro, passati ad appena 3 milioni nel 2012. Anche lo Stato ha perso tanto, scendendo dai 40 milioni e mezzo del 2008 ai 202mila euro del 2012. Complessivamente il valore dei beni confiscati con destinazione è crollato di ben 158 milioni in cinque anni. Facendo un rapido calcolo, il valore medio di ogni bene è di appena 38mila euro nel 2012 (era di 204mila euro nel 2008).
 

A nord come a sud, tra metropoli e periferie, il fenomeno interessa 94 province italiane su 110

Quello che però emerge con certezza dai numeri è che la concentrazione dei beni confiscati è sì a Sud (Sicilia, Calabria, Campania , Puglia) ma anche sempre più nel Centro-Nord (Lazio, Lombardia , Piemonte ). Nel calderone dell’agenzia ci sono buoni pezzi dei tesori dei boss di mafia, camorra e ‘ndrangheta, ma anche di gruppi criminali storici come la Mala del Brenta in Veneto , la banda Mesina in Sardegna , la banda della Magliana tra Lazio e Abruzzo .


Aziende e immobili confiscati sono presenti in 94 province italiane su 110. E la distribuzione sul territorio emerge chiarissima mettendo in fila ad esempio i dati sulle imprese: le prime cinque città interessate sono Palermo (394), Napoli (180), Milano (147), Roma (118), Reggio Calabria (108). Non cambia di molto lo schema sugli immobili confiscati, per i quali le prime cinque città sono Palermo (4148), Reggio Calabria (1101), Napoli (892), Milano (608) e Catania (527): in classifica in questo caso Roma non è lontana, ma al settimo posto (361).


Spingere il confronto territoriale a livello comunale permette di approfondire meglio la comprensione del fenomeno, innanzitutto perché emerge chiaramente come gli investimenti della criminalità in aree metropolitane si siano concentrati enormemente a Roma e Milano, precedute solo da Palermo nella classifica dei comuni. Inoltre un altro dato chiaro è che parte dei comprensori al di fuori dei capoluoghi di provincia o di regione siano stati negli anni zone di interesse per la costruzione di veri e propri insediamenti di attività criminali, in maniera straordinariamente capillare.


Quest’ultimo aspetto emerge ancora di più stilando un classifica dei piccoli comuni ed escludendo dall’elenco i capoluoghi di provincia e di regione.


La mappa che segue aggrega tutti i dati elaborati e geolocalizzati. È possibile filtrare i dati per regione, provincia e comuni, come anche effettuare ricerche per visualizzare la distribuzione capillare dei beni confiscati nelle singole aree territoriali.

La mappa completa con i dati pubblicati dai 18 giornali locali del Gruppo L'Espresso

La mappa relativa alla Sicilia

La presente inchiesta è stata realizzata dal network di datajournalism Dataninja.it . Del gruppo di lavoro fanno parte Alessio Cimarelli, Gianluca De Martino ed Andrea Nelson Mauro, con il supporto di Andrea Borruso. L’inchiesta è nata nell’ambito di “Confiscati Bene” ( www.confiscatibene.it ), progetto partecipativo per l’apertura dei dati sui beni confiscati avviato nel corso del Raduno 2014 di Spaghetti Open Data e oggi sviluppato da un gruppo di lavoro composto da Dataninja.it , Monithon.it e Twinbit.it . Tutti i contenuti pubblicati su www.confiscatibene.it sono rilasciati in Open Data con licenza CC-by 4.0 International, quindi liberamente riutilizzabili per qualsiasi uso. Le fonti dei dati utilizzate sono: Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), Relazione ANBSC 2012, Relazione del Ministero della Giustizia (4 dicembre 2013), Relazione Roberto Garofoli "Per una moderna politica antimafia" (23 gennaio 2014), Relazione sulle prospettive di riforma dei sistema di gestione dei Beni confiscati (Commissione Antimafia, 10 Aprile 2014), Relazione sul semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea e sulla lotta alla criminalità mafiosa su base europea ed extraeuropea

(Commissione Antimafia, 18 giugno 2014), “Mafie al Nord”, relazione dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università di Milano (luglio 2014). Per segnalazioni è possibile scrivere all’indirizzo info@confiscatibene.it .

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