Mattanza a Campegine: il paese sotto shock per l’arresto di Silvano Ruozi

Il presidente del Circolo Arci in carcere dopo la perquisizione a casa sua da parte dei carabinieri: aveva armi e munizioni non denunciate. I figli: «Nostro padre ha sbagliato a non denunciare quelle armi, ma con i due omicidi non c’entra nulla»

    di Tiziano Soresina

    CAMPEGINE

    Alessandro Rizzi ha ucciso la badante russa 42enne Alena Tyutyunnikova e il 43enne Fabio Artoni usando addirittura una pistola nazista – la Walther P38 – che deteneva illegalmente.
    Un’arma della seconda guerra mondiale (adottata dall’esercito tedesco a partire dal 1939) che ha subito insospettito gli inquirenti e fra le ammissioni dell’omicida nelle due ore d’interrogatorio in casema a Castelnovo Sotto ed alcune testimonianze raccolte in fretta, è partita una seconda inaspettata fase investigativa su questa allucinante vicenda. Sono infatti scattate una serie di perquisizioni – nella notte fra venerdì e sabato – che hanno non solo dato dei frutti, ma stanno alimentando il sospetto nei carabinieri del nucleo investigativo di Reggio e Guastalla – coordinati dal pm Maria Rita Pantani – che nell’area di Campegine “girino” molte, troppe armi, retaggio della guerra civile che a metà anni Quaranta portò i partigiani ad impossessarsi di parecchi armamenti tedeschi, poi nascosti con cura per essere pronti all’uso in caso di necessità.
    Relativamente alla pistola nazista usata dall’assassino il “quadro” è già chiaro e sono state denunciate due persone.
    Il primo denunciato per detenzione illegali di armi è un 75enne di Campegine, che ha ceduto otto anni fa la pistola a Rizzi: agli inquirenti ha spiegato d’averla trovata tempo fa in una discarica, arrugginita nonché mancante di una parte (una guancetta in metallo) e in quello stato l’ha venduta al muratore in pensione che presumibilmente l’ha aggiustata e resa funzionante. Ma nei guai è finito anche un ex vigilantes 70enne di Gualtieri che avrebbe dato all’omicida le munizioni poi usate nel duplice delitto. A quest’ultimo – indagato per omessa denuncia e detenzione di munizioni – sono state sequestrate un centinaio di cartucce calibro 45 in eccedenza rispetto a quelle regolarmente denunciate, ritirandogli – essendo venuti meno i requisiti – la carabina e la pistola che aveva regolarmente denunciato. Ma le perquisizioni a largo raggio hanno portato i militari a bussare anche alla porta, in via Tito, del 73enne Silvano Ruozi, molto conosciuto in paese per la sua attività di volontario nonché presidente del Circolo Arci Tricolore. Con il supporto di un pastore tedesco del nucleo cinofili dei carabinieri di Bologna, i militari trovano di tutto: una Walther P38 con 107 cartucce calibro 9x19, un tubo in ferro con all’interno esplosivo, 150 micce d’innesco, 88 grammi di polvere da sparo, un rotolo da 10 metri di miccia a lenta combustione, 27 inneschi e numerose cartucce di vario calibro (oltre una pistola Beretta, due fucili e due carabine regolarmente denunciati, tra cui una carabina modificata con silenziatore artigianale). Il 73enne è stato arrestato per detenzione illecita di armi, esplosivi e munizionamento da guerra e alterazione di armi comuni da sparo. Al momento Ruozi non viene collegato all’arma del duplice omicidio, ma su di lui gravano i sospetti dell’Arma perché era in possesso di una pistola simile. Al di là della pista-armi, in un’affollatissima conferenza stampa il pm Pantani ha ieri confermato che Rizzi ha ucciso Artoni per gli sfottò al bar sul presunto rapporto fra il pensionato e la giovane russa, mentre ha sottolineato che «qualcosa non torna sul movente passionale relativo all’omicidio di Alena e su questo punto proseguono le indagini». Il magistrato ha anche puntualizzato che «la badante e Artoni non si conoscevano, mentre la donna aveva lavorato tempo fa come badante per Rizzi».

    Intanto, i figli di Silvano Ruozi sono sotto shock per l'arresto del padre. «Siamo una famiglia perbene – replicano Daniela e Angelo, che si sono rivolti all’avvocato Vainer Burani affinché li tuteli nella difesa del genitore finito in carcere – finita in una storia che non ci appartiene. Nostro padre non c’entra con la pistola del duplice omicidio e nemmeno con i proiettili, conosceva solo di vista Rizzi. Chi fa dei collegamenti dà notizie insussistenti. Ha solo commesso l’ingenuità di trattenere quelle armi senza denunciarle». Ma Ruozi come le ha avute, a partire dalla Walther P38 simile a quella usata dall’omicida? «L’aveva trovata durante il lavoro – proseguono i due fratelli nella loro esposizione, composta ma decisa, dei fatti – essendo impegnato nel campo delle escavazioni e del movimento terra. La P38 era affiorata durante i lavori intorno ad un argine: era in un contenitore, conservata con del grasso. Una scoperta nemmeno sorprendente dalle nostre parti, lo sanno tutti che i partigiani nascondevano un po’ ovunque le armi sottratte ai nazisti negli anni della guerra civile. Ma nostro padre non è un ricettatore, si era persino dimenticato di quelle armi storiche, anche perché non le ha mai usate: alcune erano in cantina dentro un cassetto, la P38 in solaio. Il silenziatore? L’aveva fabbricato lui perché ha una manualità incredibile: è un cacciatore, gli serviva per sparare alle gazze».
    Domani Silvano Ruozi, in carcere, affronterà l’udienza di convalida affiancato dal legale. «Ha solo commesso un’ingenuità – dicono i suoi due figli – la verità verrà a galla».

    17 giugno 2012

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