"Non sono più direttore dell'Unità, ma resto me stessa"

Intervista a Concita De Gregorio tra ultimo libro, politica e futuro (nel web, dice lei). E sulla chirurgia estetica: "Io mi tengo il collo che ho"

    di Michela Scacchioli

    REGGIO. Dolore, sconfitte, sofferenza, morte. Ma anche chirurgia estetica. Di cui lei, Concita De Gregorio, parla nel suo ultimo libro come di un fatto politico. Racconta di un’amica che, nel salutarla dopo tanto tempo, le dice: ma come stai bene, dimostri dieci anni di meno. Poi però questa amica le suggerisce di rivolgersi a uno specialista del settore - «basta un colpetto, ti giro il numero via sms» - per quelle piccole rughe che si ritrova sul collo. Dov’è la politica?
    «La grande malattia di questo Paese è l’assenza di responsabilità, tanto individuale quanto collettiva. E il tema dell’eterno presente - cioè della plastificazione del tempo - vi si ripercuote in maniera netta. Se fermi il tempo, nessuno ha più colpe né più meriti. Ed è facilissimo dire “la responsabilità non è mia”, dalle case pagate a propria insaputa alle vacanze regalate fino al comandante Schettino. Io credo che sia un fatto etico - e non estetico - imparare a convivere con le conseguenze dello scorrere del tempo, sennò tutto è fasullo. C’è un grandissimo bisogno di verità, e io contesto l’affermazione “farsi il lifting è rispetto per gli altri”. Nessuno che ha rispetto per gli altri e non disprezzi se stesso ragionerebbe mai così».
     

    Perché ha scritto un libro il cui sottotitolo è “imparare a dirsi addio”?
    «Nei miei libri sono solita incrociare le mie vicende e il mio punto di vista con storie che attingono dalla cronaca giornalistica. Si tratta di storie vere che si incrociano con quello che mi capita».
    Dunque?
    «Nel libro scrivo che le cose migliori che mi sono successe negli ultimi tre anni sono state a un funerale. E mi sono resa conto che di vecchiaia, di sofferenza e di morte - insomma, di tutto ciò che finisce - non se ne parla mai. Gli ultimi mesi della precedente stagione politica sono stati caratterizzati dal martellamento, dalla finzione, dall’antipolitica. Nel discorso politico pubblico non si è parlato mai della vita quotidiana delle persone, insuccessi e sconfitte comprese. Luoghi rimossi dal discorso contemporaneo».
     

    Oggi di cos’è che ha paura?
    «Dell’ottusità. E’ l’ottusità che mi lascia disarmata e incapace di affrontare un dialogo come anche una difficoltà. E’ l’incapacità di ascolto, o la non volontà di ascolto, che mi blocca. La fabbrica del fango che è stata messa in moto in questi anni ha fatto sì che nella testa delle persone tutto fosse semplificato: c’è il buono da una parte, e c’è il cattivo dall’altro.
    A dire il vero l’ha già nominato prima: Schettino.
    «La vicenda del naufragio della nave Costa Concordia ne è un esempio. Non si vuol sapere, non si vuol capire quanto la realtà dei fatti possa essere complessa. E io temo che questo fenomeno dilaghi».
     

    Lei è giornalista. E il giornalismo avrà pure una responsabilità in tutto questo.
    «Certo. Il giornalismo scritto ha la responsabilità di essersi fatto travolgere dalla tv, che a sua volta ha minato la capacità critica della gente. La tv vive di tempi brevi e ravvicinati, e non può permettersi di perder tempo col ragionamento a discapito dell’audience. In tv i dati di ascolto impongono la rissa, e il giornalismo avrebbe dovuto mettersi al riparo da questa deriva.
    Lei però in tv c’è andata.
    «Due anni fa abbiamo fatto partire una campagna affinché chi vota possa anche scegliere chi mandare in parlamento. Assieme ad altri, ho creato un video intitolato “Voglio scegliere”. Ma si trattava di un video di satira, e trattava un tema molto complicato. Ebbene, non c’è stato verso di portarlo in tv. Ma oggi che soffia un vento nuovo e che c’è una diversa sobrietà - forse, chi lo sa - di questo tema se ne comincia a parlare. Due anni fa era impossibile».
     

    Quanto c’entra - per le tematiche che tratta - la stesura di questo libro con la fine della sua esperienza all’Unità?
    «Io ho vissuto in prima persona la fine di un’epoca caratterizzata dalla decadenza del pensiero. E’ stato pesante e faticoso, e ha richiesto una grandissima forza. Non c’è nessuna rivoluzione che non nasca dalla sofferenza e dal sentirsi fuori posto. Nessuna forza nasce dal benessere. L’esperienza all’Unità è stata bellissima, ma molto dura per la stagione che ho incrociato: dalle tensioni sociali al disamore per la politica da parte dei cittadini».
    Dove ha sbagliato?
    «Non ho nessun rimpianto. Ho fatto tutto quello che sapevo e potevo fare. Mi spiace per l’ottusità, ma non bisogna neanche peccare di presunzione. La vita ti porta dove ti porti da solo e poi c’è anche un pezzo di imprevedibilità».
    Se negli ultimi tre anni le cose migliori le sono successe a un funerale, le peggiori dove le collochiamo?
    «Nella grande fatica che si fa, quotidianamente, a rompere un sistema di potere. Un sistema rigido, chiuso, arroccato, che si autoprotegge e che taglia fuori i giovani. Il più grande dispiacere è derivato dall’impossibilità di piegare un sistema che è autoreferenziale - anche a sinistra - e che non intende rischiare nulla».
     

    Quando lei ha concluso l’esperienza all’Unità, in molti - anche sui social network - l’hanno spinta a scendere in politica.
    «Sono stata sollecitata a farlo in maniera plateale. Ma ho detto no ai personalismi, no a leader e leaderini. In molti mi hanno detto “ora ti converrebbe” fare questo, ma quello che mi sarebbe “convenuto” fare non è quello che mi interessa. Se uno deve fare qualcosa, lo fa per una causa che vale, né per la mia ricchezza né per la mia fama. Io ho sempre fatto la giornalista, racconto quello che vedo, non sono una politica. E’ una dinamica maschile quella secondo cui bisogna compensare la perdita di un posto con un posto altrettanto importante e visibile. Ma uno può anche fare il direttore per un po’, e non a vita: ciò non significa che io non sia sempre la stessa persona. Non viene meno niente di me se perdo un “privilegio”. E infatti ho voluto mostrare a chi va nel panico che se anche questo privilegio lo si perde, si resta sempre se stessi».
    Ma un seggio in politica?
    «Non è interessante per me. La politica si fa solo al servizio di un progetto preciso. E io sono tornata a fare la giornalista. A Repubblica sono conosciuta, è la mia casa, con Scalfari ed Ezio Mauro il rapporto è trentennale. Ma ho in mente di fare alcune cose».
    Tipo?
    « Nel web. Un portale per creare un giornale web in realtà è già pronto da un po’. Tra Repubblica e nuovo libro c’è stato uno stop, ma magari ne riparliamo in primavera».
    Target?
    «Parlare a chi ha meno di 30 anni. Avevo già tentato di farlo all’Unità, e il sito aveva quintuplicato gli accessi, ma è difficile lavorare su internet con persone che sono già molto grandi di età. Chi fa il giornalista tradizionale da una vita la vive come una “diminutio”, io però credo sia una grandissima scommessa, senza nulla togliere alla carta. La maggiorparte della gente sta davanti al pc, dunque...».
     

    Ma all’amica che le dava dieci anni di meno l’ha poi chiesto il numero del chirurgo estetico?
    «No, non l’ho chiesto. Mi tengo il collo che ho».
    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    21 gennaio 2012

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