La grande risposta di Reggio, e soprattutto dei giovani, alle proposte di qualità
REGGIO
Tagli, crisi, tasse, manovra. Da mesi sono queste le parole che sembrano voler uscire dal vocabolario degli italiani. Le famiglie, anche quelle reggiane, pagano un conto salatissimo per una situazione le cui cause sono facilmente individuabili ma difficilmente risolvibili se non a prezzo di sacrifici difficili da immaginare solo poco fa. L’edonismo degli anni Ottanta è lontano un secolo, restano le ceneri di un mondo in cui la furbizia contava più del saper fare. Nella corsa a raccattare gli ultimi spiccioli rimasti nel fondo della tasca (pubblica e privata), la cultura è al centro del dibattito. Primo ramo da tagliare o risorsa alla quale aggrapparsi per uscire da un pantano che rischia di inghiottire la nostra economia ma anche la nostra identità? Di questo abbiamo discusso in una tavola rotonda che la Gazzetta di Reggio ha voluto organizzare invitando a parteciparvi i rappresentanti di alcune fra le più importanti istituzioni culturali della città e della provincia. Discutendo di cultura, abbiamo discusso al tempo stesso anche del futuro di Reggio e dei reggiani.
Gazzetta. Vista la grave crisi economica che incombe, sarà ancora possibile offrire proposte culturali all’altezza di quelle alle quali i reggiani sono abituati?
Gherpelli. Assolutamente sì, credo che ci siano tutte le condizioni perché l’offerta culturale della città continui ad esprimersi ai livelli precedenti. Questo è praticabile per la presenza di istituzioni forti che hanno saputo coniugare al proprio interno una capacità di innovazione con una solidità di impianto metodologico e di costruzione dell’offerta che tiene conto dell’evoluzione della società. Questo è confortante nonostante la crisi si faccia effettivamente sentire.Non è solo la dimensione pubblica quella che va elogiata per come ha saputo conservare in tempo di crisi drammatica il livello del finanziamento alla cultura. Anche i privati contribuiscono a questa offerta non solo per le sponsorizzazioni. L’ingresso di Assindustria nei Teatri è sintomatico di un atteggiamento nuovo. Negli anni 80 si sposava la crescita della formazione tecnica per entrare nel mondo del lavoro, adesso questa coralità è il segnale di orientamenti positivi. Oggi possiamo vantare cinquemila abbonati fra le varie stagioni.
Codeluppi. In situazioni di crisi la cultura svolge un ruolo sociale fondamentale di mantenimento delle relazioni sociali e qualità della vita. E’ un fattore di sviluppo e gli investimenti in cultura servono a produrre attività economica. E’ un investimento faticoso ma che rende tantissimo nel lungo periodo. A Reggio è sostenibile un investimento in cultura probabilmente per la storia, la tradizione e la qualità elevata della città, per l’attenzione alle persone, alla cura dei rapporti sociali. Molti studenti vengono a Reggio perché trovano dei servizi e una qualità della vita elevata. Qualità fatta anche di cultura in tutti i sensi, compresa la cultura materiale, come il mangiare bene, il trovarsi in un locale ma anche l’andare a teatro, al cinema o ad un concerto di musica classica.
Gazzini. Nonostante la crisi si continua a consumare cultura anche se cerco di evitare la distinzione fra cultura alta e bassa, nel senso che preferisco parlare di prodotti di evasione che hanno dignità diversa. Le agenzie culturali come scuola e televisione sono state gestite negli ultimi anni al ribasso, tagliando la scuola e con programmazioni televisive che hanno favorito i consumi più di evasione.
Gazzetta. Riprendendo una classificazione che risale agli anni 70, la cultura può ancora essere considerata una faccenda “popolare”?
Gasparini. La cultura non si può autofinanziare, senza mecenatismo pubblico e privato in nessuna epoca si sarebbe fatta cultura. Parlando dei recenti attacchi, cultura e scuola pubblica sono due ruote della stessa bicicletta e ad esse si aggiunge l’università. Chi produce la cultura – gli intellettuali, gli artisti, gli specialisti – attraverso i propri strumenti finisce per dare risposte molto più efficaci e antiretoriche rispetto alla classica illustrazione dei tempi che viene fornita in carattere politico. Le figure degli artisti sono fondamentali, devono essere un punto di riferimento non solo per la comunità locale ma per la società civile. Noi pensiamo alla produzione artistica come a una proposta quando invece è una lettura della realtà fatta a volte anche in modo provocatorio.
Ferrari. Se guardo alle iscrizioni alla mia scuola devo dire che la cultura è una questione popolare. Se abbiamo una visione globale, la cultura è sempre di massa perchè dà risposte a molteplici necessità ed esigenze. E' di massa anche il ricercatore o il corso specializzato di filosofia, perchè si innesta in una rete di processo formativo ed educativo. Negli anni Settanta c'era una dimensione importante: si poneva il problema della formazione, tutto era interrelato, la musica, la politica, la riforma psichiatrica, nascono le scuole materne, c’è Musica-Realtà, il Rosebud. Era tutto un intreccio di rapporti culturali che creavano interrelazioni e approccio di massa ai fenomeni culturali ed educativi. Poi ci fu un’assemblea di Confindustria che pose il problema del superamento nel sistema scolastico italiano della formazione della mente critica per andare alla formazione della mente d'opera. Le conseguenze si vedono. Preferisco usare le parole educazione e formazione invece di cultura. Ragionando anche a livello di scelte produttive, probabilmente anche l'aspetto finanziario diventerebbe meno pesante perchè avremmo un progetto che mette in discussione l'idea tradizionale di cultura, che invece sta dentro il lavoro. Questo è l'elemento politico che bisogna cogliere, la formazione deve essere una necessità, non una questione elitaria. Beethoven era una necessità del suo tempo, perchè la musica svolgeva un ruolo societario. Paradossalmente, con la globalizzazione questo bisogno torna in campo.
Ghirelli. C’è bisogno di promuovere la cultura perché siamo in una fase di grande sofferenza. E bisogna chiarirsi su cosa si intende per cultura. Nitezsche diceva che «la cultura è il campo di battaglia della civiltà» e questo la dice lunga circa il dramma, la fatica che noi oggi tocchiamo con mano. Se la cultura è intesa come chiacchierare o fare sempre teorizzazioni senza mai sporcarsi le mani, è evidente che si resta a livello di concetto, parlando solo a un’elite. Invece le nostre proposte, le nostre verità devono essere non solo convincenti ma anche affascinanti, dobbiamo coinvolgere la gente per educarla e formarla. La vicenda della nuova sistemazione della Cattedrale è indicativa. Ci si accusa: «La gente non capisce, è un intervento che ha come destinatari i fedeli, il popolo, per cui bisogna calibrare l’intervento sulla capacità di capire della gente». E’ sbagliato. E’ un modo di procedere atroce, perché c’è davvero bisogno di dare formazione alla gente. Un bambino di Siena che nel 1300 usciva in piazza del Campo si nutriva di cultura ipso facto perché vedeva attorno a sé un contenuto di grande equilibrio. Oggi non è così.
Negri. A Reggio quasi tutti i giorni c'è un concerto gratuito, che non vuol dire di bassa qualità. Soli Deo Gloria vuole essere un cuscinetto fra il poco che c’è della scuola di base e il teatro. Chi viene a Soli Deo Gloria deve andare anche a Teatro. Sulle risorse non siamo in tempo di crisi da adesso, è tempo che sento che bisogna tagliare e si deve creare un circuito virtuoso che arriva anche a chi sta dall'altre parte della barricata artistica. Gustav Leonhardt a Reggio è venuto 9 volte perchè c'è stato un rapporto diretto, si sono eliminate le burocrazie. La gente apprezza, i concerti sono pieni, i programmi non scontati. Credo che questa rete sia da tenere viva e siano da eliminare gli steccati fra elite e populismo. La cultura è di tutti.
Gazzetta. Ciascuno nel proprio ambito, potete dire di avere risentito della crisi anche al “botteghino”?
Gherpelli. I dati di cui disponiamo sono chiari. L’incasso al botteghino aumenta e negli ultimi 10 anni è raddoppiato. In un anno portiamo a teatro centomila spettatori. Se uniamo ai biglietti del teatro le presenze a Soli Deo Gloria e alle altre iniziative private abbiamo una partecipazione alle proposte culturale che ci fa riflettere sulle sorti future, in termini positivi, di questa città. La gente vuole forme di cultura, che sono forme di convivenza.
Gasparini. Dopo qualche difficoltà iniziale, quest’anno è andata bene, abbiamo circa 800mila prestiti. Le presenze sono state migliaia. La biblioteca è una macchina che non deve mai restare ferma. Abbiamo un patrimonio enorme e facciamo iniziative per farlo conoscere. Abbiamo aperto una nuova biblioteca a San Pellegrino, e tutto questo l’abbiamo fatto in modo sobrio e contenuto, grazie al progetto Amici della Biblioteca, cioè undici aziende che per tre anni ci sostengono, considerando che i risultati della cultura non li vedi subito ma nel lungo periodo.
Codeluppi. Se gli iscritti sono un indicatore, allora noi andiamo bene, in controtendenza rispetto ai numeri nazionali. I tagli hanno finito per aumentare le rette e tante famiglie non ce la fanno più a pagare gli studi, ma noi resistiamo perché offriamo qualità. I nostri spazi, aula magna e mediateca, sono sempre occupati, e la collaborazione con gli altri enti culturali è fondamentale per superare questa fase di crisi.
Ferrari. Nel mio istituto si è registrato un aumento del numero degli iscritti, mentre in altri conservatori si è arrivati al crollo. Cito un esempio fondamentale. L’anno scorso dai corsi propedeutici sono usciti 64 bambini; di questi, ben 57, cioè praticamente tutti, si sono nuovamente iscritti per proseguire gli studi. Questo dimostra che c’è un buon livello qualitativo ma anche che c’è voglia di cultura.
Gazzini. Come “mercante” posso dire che a Reggio i libri si vendono ancora. In media un reggiano spende 50 euro ogni anno, in linea europea. Certo,c’è da dire che si vendono anche molti prodotti di evasione.
Gazzetta. Mentre la subcultura televisiva sembra avviata alla crisi, con indici d’ascolto in picchiata, possiamo dire che non tutti i giovani hanno portato il cervello all’ammasso? I ragazzi di oggi hanno ancora voglia di cultura?
Ghirelli. I giovani ci danno grandi speranze, è normale che siano un terreno da coltivare ma non ho dubbi circa la loro fertilità. Torniamo sul problema dell’educazione e della formazione. L’apparato pedagogico com’è strutturato? La famiglia e la Chiesa come si pongono? Il problema è la qualità dell’offerta, visto che dietro ai giovani ci sono la scuola e la famiglia. La televisione è uno strumento eccezionale ma bisogna vedere com’è usato. Dipende dall’intelligenza di chi la usa. Ci sono mezzi eccezionali per la formazione e noi cercheremo di metterne in piedi alcuni badando alla qualità e considerando che siamo a Reggio che non è città d’arte. Valorizzeremo il patrimonio che abbiamo, le nostre biblioteche e i nostri archivi. Il cantiere della Cattedrale, per esempio, per fortuna non è stato un cantiere di solo scavo, ma anche di scavo intellettuale. Abbiamo assegnato diverse borse di studio a neo dottori che vi hanno lavorato.
Gherpelli. I teatri possono leggere in maniera trasversale il fenomeno televisivo, nel senso che possono capire qual è l’incidenza della tv sui gusti del pubblico. E’ chiaro che più assecondi questi gusti e più riempi i teatri, noi però facciamo una programmazione di contrasto, che nulla ha a che fare con queste tendenze, pur riconoscendo che quando assecondiamo le preferenze la sala è sempre piena. L’azione di contrasto però non è fatta per tenere lontana la gente dal teatro, ma al contrario per intercettare anche chi a teatro non ci va. La sostanza è che un 20% della popolazione non ci frequenta, soprattutto i nuovi arrivati dall’Italia e dall’estero. Stiamo cercando di avvicinarli, con un buon risultato soprattutto fra i giovani. E’ indubbio che la tv ha inciso negativamente su tanti comportamenti, anche in sede di formazione familiare ma non posso dire di essere testimone di un degrado tangibile dei giovani per quanto riguarda l’attitudine alla cultura.
Negri. A Reggio abbiamo un potenziale giovanile grandissimo, solo che spesso non riusciamo nemmeno noi a realizzare quante sono le opportunità a disposizione. Leggiamo sui giornali tante lamentele perché a Reggio non c’è nulla: non è vero. A Reggio c’è tantissimo, ma spesso non riusciamo a comunicarlo. Dovremmo metterci in rete concertando un cartellone per tutti gli eventi reggiani.
Codeluppi. Il peggioramento della qualità culturale delle persone c’è stato, anche a causa della televisione che usata con il controllo politico ha allontanato le persone. Però è sbagliato generalizzare perché nella mia esperienza di insegnante trovo anche studenti bravi, motivati e alla ricerca di stimoli.
Gazzini. Di giovani in libreria ce ne sono tanti e comprano un po’ di tutto. Molte cose legate ai loro studi ma anche cose legate al piacere di leggere, che è sempre la strada migliore. Molti si rivolgono a quello che vedono in tv, dalla Littizzetto al Priore di Bose . Concordo sul fatto che la programmazione culturale di Reggio è a livelli di eccellenza e non tutti i reggiani se ne rendono conto.
Ferrari. Vorrei aggiungere la mia esperienza personale di genitore di un adolescente. Oggi per i giovani la televisione è un fatto marginale, che ha perso terreno rispetto ai social network e a streaming. E comunque oggi la tv ha 400 canali. Pensate solo che la Prima della Scala, fra Rai5 e Sky, ha avuto un milione di spettatori.
Gazzetta. Da anni le associazioni di categoria predicano alle famiglie di iscrivere i figli alle scuole tecniche in vista di un migliore sbocco occupazionale. Quando tre anni fa l’università propose a Reggio la facoltà di scienze politiche ci fu una mezza rivolta. Che ne pensate oggi?
Ferrari. Un paese moderno non ha il problema della separazione fra formazione scientifica e formazione umanistica, ha il problema della formazione e basta. Bisogna superare questa dicotomia, siamo arretrati rispetto all’Europa non solo per colpa della politica ma anche perché abbiamo una classe imprenditoriale non all’altezza, preferendo il profitto al bene pubblico.
Negri. Prendiamo l’esempio dei conservatori. Chi entra sa che deve seguire un percorso difficile ma se entra è perché è motivato. La cultura musicale fa parte della vita.
Gherpelli. Sono sempre rimasto convinto che la formazione della persona non debba essere relegata al solo aspetto professionale. Non sono in grado di valutare se il no a scienze politiche sia stato un no illuminato, certo è che l’assenza di un luogo elevato di confronto e studio è molto rilevante. Se devo valutare l’involuzione della politica non posso non fare riferimento all’assenza di formazione in persone che occupano ruoli importanti nelle istituzioni.
Ghirelli. Una formazione umanistica è se non indispensabile almeno di grande rilevanza, perché mi consente una maggiore capacità di pensare, di riflettere. Nel mio ambito è evidente quando la formazione per esempio di un architetto è solo tecnica. Invece abbiamo bisogno di colpi di genio. Dobbiamo avvalerci di professionalità diverse, consapevoli della necessità di pensare molto a costo di fare poco.
Gasparini. A Reggio abbiamo un tessuto di giovani che si misurano anche in termini imprenditoriali, sanno usare la rete e comunicano con mezza Europa. E’ un fenomeno che sul nostro territorio fatica a farsi accettare, anche perché il nostro paese sembra bloccato, sembra non sia mai possibile fare nulla. Oggi invece cerchiamo di far conoscere la cultura che è una fase non scontata di questo momento.
Gazzini. Ci dev’essere equilibrio e pari dignità fra formazione umanistica e tecnica. E’ l’unico modo per creare cose belle e utili.
Codeluppi. I corsi di scienze della comunicazione sono nati su base umanistica e hanno ottenuto successo. Sono stati accusati di essere inutili, invece il 90% dei laureati trova lavoro. A Reggio i corsi sono legati a economia, fornendo più elementi per entrare nelle aziende. Quello che paga è avere una persona formata dal punto di vista culturale. Aziende come Google mettono a contratto che il 20% del tempo deve essere impiegato per farsi venire delle idee.