A sinistra, Sergio Marchionne A lato, i sindaci reggiani al Valli applaudono Delrio e si prodigano in una breve standing ovation
Una lettera aperta firmata (per ora) da 24 sindaci della provincia reggiana. Una lettera aperta dedicata alla vicenda Mirafiori e scritta alla vigilia del referendum che si concluderá stasera. Una lettera aperta con cui non si prende una posizione netta sul voto a cui sono chiamati i lavoratori della Fiat, ma che primi cittadini (di centrosinistra) stilano per chiedere al governo di invertire la rotta. E non solo. Partendo dal 150esimo dell'unitá d'Italia, i sindaci sottolineano che «il pensiero è andato alla difficile vertenza di Mirafiori che rischia di trasformarsi in un ulteriore elemento di forte tensione e di profonda divisione nel corpo vivo del Paese, particolarmente tra le forze del lavoro, ormai prostrate da una crisi che sembra non finire mai». «Come amministratori di un territorio in cui c'è un'impresa ogni nove persone conosciamo molto bene le difficoltá delle aziende a competere in un mercato globale, dove sopravvivere è l'obiettivo quotidiano. D'altro canto da più di due anni stiamo cercando di far fronte ad una situazione di crescente disoccupazione. Un fenomeno che Reggio Emilia non conosceva dai tempi della guerra e che richiede un difficile impegno di governo». «Per quanto ci compete, cerchiamo di creare le condizioni perché investire a Reggio Emilia sia ancora una grande opportunitá; perché le imprese possano valutare che la ceramica o la metalmeccanica, tanto per fare qualche esempio, non sono settori obsoleti». «Lo facciamo con investimenti diretti nelle infrastrutture, nella formazione, nell'efficienza della pubblica amministrazione, contrastando l'illegalitá, così come cerchiamo di sostenere lavoratori e famiglie sforzandoci di garantire i servizi alla persona e gli interventi sociali, seppure in un periodo di forte penalizzazione dell'autonomia amministrativa ed economica dei nostri enti. D'altro canto registriamo, in molti casi, una sensibilitá alla responsabilitá sociale da parte delle imprese che è uno dei fondamentali fattori di successo del nostro territorio». «Per questo seguiamo con il fiato sospeso il caso Mirafiori. Perché ci sembrano assenti tutti quegli elementi in grado di attutire la dialettica tra impresa, lavoro e territorio. Capiamo l'esigenza dell'Ad di una multinazionale come Fiat di porre il problema della competitivitá dei suoi stabilimenti in Italia. Troviamo comprensibile anche che lo stesso Ad faccia una proposta di riorganizzazione degli orari di lavoro, dei turni, delle pause e di tutto quello che, a suo giudizio, puó servire per migliorare l'efficienza delle linee e garantire la redditivitá dell'investimento: tutte cose, del resto, ampiamente giá viste anche in altri Paesi europei a partire dalla Germania». «Ció che invece non possiamo comprendere è il bisogno di toccare i temi del diritto di sciopero o della riduzione della rappresentanza delle sigle sindacali. Come pure lascia sgomenti l'assenza dello Stato sul piano degli investimenti nell'efficienza del sistema Paese, così da scoraggiare la fuga della Fiat all'estero, alla cui proprietá (più che all'Ad) andrebbe pure ricordato come lo stretto rapporto tra l'Italia e la Fiat abbia consentito a quest'ultima di diventare la multinazionale che è oggi». «Manca, infine, un'azione incisiva per promuovere un'evoluzione del ruolo del sindacato proponendone ad esempio la presenza nei consigli di amministrazione (alla tedesca) o la presenza nel capitale tramite fondi finanziari (all'americana). Manca una legge sulla rappresentativitá sindacale in grado di sancire, con regole precise e con il voto dei lavoratori, le decisioni prese in sede di trattativa. Tutte cose di cui in Italia è vietato parlare anche a causa di forti divergenze tra le sigle sindacali ma che, forse, in questo momento potrebbero ancorare meglio le imprese ai territori in cui operano. Chiediamo quindi al Governo di invertire la rotta, e di dare un contributo al superamento di questo stallo non abbandonando le parti sociali ad un confronto che, inevitabilmente, degenera nello scontro».
14 gennaio 2011